La citazione della domenica – 12 luglio 2015

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Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

Maggio fatti coraggio. Totale apatia in questo mese di maggio in cui ancora non ho capito come vestirmi, sto tentando di prendere il sole e faccio finta che prima o poi le cose riusciranno a migliorare. Comunque, dopo questa parentesi di inutilità deprimente, voglio parlarvi di un grande romanzo del ‘900 entrato ormai tra i più grandi classici del passato. Brevemente perché la pigrizia avanza e non riesco a scrivere qualcosa di decente da giorni.

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Gabriel Garcìa Màrquez, un grande scrittore del ‘900 insignito del Premio Nobel nel 1982, ci ha lasciati circa un mese fa. Di lui ho adorato L’amore ai tempi del colera ma mi sono resa conto che il suo più famoso lavoro, considerato la seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, ancora non lo avevo letto. Lo iniziai durante le medie ma giacque abbandonato finché non dovetti restituirlo in biblioteca e da lì me ne dimenticai.

Cent’anni di solitudine è la storia di una famiglia, i Buendìa, fondatrice del paesino di Macondo; sette generazioni si susseguono attraverso personaggi totalmente fuori dal comune, storie d’amore impossibili, sogni politici utopistici ma non troppo, colpi di stato e morti tragiche.

Come già il titolo ci suggerisce, la tematica è a sfondo tendelzialmente pessimista; spesso i personaggi si rinchiudono in se stessi ma anche fisicamente in una stanza o in una villa abbandonata. La solitudine è una sensazione con cui l’uomo deve necessariamente fare i conti, anche in una famiglia così numerosa come quella dei Buendìa. L’uomo vuole progredire e migliorarsi ma spesso si rende conto di non riuscire nell’intento o di riuscirci solo in parte cadendo in una situazione di depressione e crisi dei valori.

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

Cataclismi naturali come una pioggia che durerà anni e eventi drammatici fanno da sfondo soprattutto alla seconda parte del romanzo, come a sottolineare che non sempre il progresso porta ad una migliore condizione di vita per l’uomo, non a caso i disastri succedono in seguito alla costruzione della ferrovia attraverso la foresta colombiana.

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Grande spazio viene dato ai personaggi femminili, che siano fragili o forti come la capostipite, muoiano giovanissime o vivano più di cent’anni, ebbene la donna ha un ruolo guida in molti casi. La forza di andare avanti, di appoggiare o contrastare le idee dei mariti, ma anche di lottare per un amore impossibile o di opporsi a qualsiasi tipo di amore, sono il punto di forza di questo romanzo che non è comunque povero di critiche indirette a gelosie e comportamenti che appaiono insensati. L’amore gioca un ruolo fondamentale in tutti i romanzi di Marquez, forse l’unica nota di gioia ma anche di disperazione che può davvero redimere l’uomo.

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

Anche il tema politico è forte: aver voglia di ribellarsi e portare avanti le proprie idee, di sovvertire l’ordine del sistema, di cambiare le cose è un messaggio importante, ma anche illusorio: la guerra spesso porta a cambiamenti diversi da quelli previsti ed è comunque un’azione che intacca la società:

Non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla.

Il potere è importante, riuscire a conquistarlo innalza l’uomo, ma cosa succede se le idee che si avevano non riescono a prendere piede? Subentra la delusione,

L’ebbrezza del potere cominciò a decomporsi in raffiche di disagio.

Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria.

Tematica importante è il passare inesorabile del tempo che assume una concezione ciclica e ripetitiva, una sensazione di tornare sempre a punto di partenza, di dover ricominciare da capo. Il tempo che passa si abbatte come il vento sulle fondamenta della casa, sulle innumerevoli stanze, sui ricordi dei personaggi, sui primi amori che a volte tornano a galla e sui morti che a volte ritornano a farci visita. Nulla può fermare la classidra che avanza, ogni singolo granellino di sabbia che cade reca una conseguenza nel piccolo ecosistema della villa dei Buendìa finché anche la villa finirà per essere abbandonata al suo destino.

«Cosa ti aspettavi?» sospirò Ursula. «Il tempo passa.» «Così è,» ammise Aureliano, «ma non tanto.»

Fortuna e sventura si alternano in un susseguirsi di eventi che in certi casi quasi sopraffaggono il lettore. Ovviamente lo stile di Màrquez è unico, inimitabile e rende questo romanzo un capolavoro della letteratura. Io personalmente ho impiegato molto a leggerlo e sono stata abbastanza in difficoltà nell’associazione nome/personaggio (i nomi sono davvero sempre gli stessi!); vi consiglio perciò di stamparvi l’albero genealogico che trovate su wikipedia. Detto questo, una breve chiacchierata considerando ciò che si potrebbe dire su questo capolavoro, preparatevi a una lettura complicata ma allo stesso semplice veloce dove i personaggi si susseguono a ritmi serrati e saltare una pagina potrebbe compromettere l’intera struttura della trama.

Voto: ★★★★✰ e mezzo

♫♪ Macondo Express – Modena City Ramblers


 Lei pensava che l’amore fatto in un modo sconfiggeva l’amore fatto in un altro modo, perché era tipico della natura degli uomini ripudiare la fame una volta soddisfatto l’appetito.

Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci.

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Nulla, solo la notte – John Williams

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Ovviamente leggendo questo breve romanzo non sarà facile riconoscere il John Williams che tutti noi conosciamo grazie a Stoner, se quindi pensate di comprarlo aspettandovi qualcosa di simile, evitate. Per apprezzarlo bisogna tenere bene in mente che:

  • Williams lo scrisse a vent’anni
  • Lo aveva disconosciuto e scartato con nessuna intenzione di pubblicarlo

Detto ciò, io l’ho apprezzato. Sicuramente è una scrittura difficile e queste 130 pagine si voltano stancamente e quasi con sollievo; il vero motivo credo stia nel fatto che l’autore riesca perfettamente a creare un’atmosfera densa e pesante con un protagonista particolare, diverso da tutti gli altri, che vive la sua solitudine in maniera disarmante e toccante allo stesso tempo. Arthur, questo il suo nome, si aggira svogliato alla ricerca di un significato nascosto, di qualcosa che gli sfugge senza sapere bene cos’è. Sarà in una notte annebbiata dai fumi dell’alcol in compagnia di una bellissima sconosciuta che i demoni del passato riaffioreranno con un terribile ricordo d’infanzia e piomberanno addosso ad Arthur con tutta la loro violenza.

Capisco perché nel web grondino recensioni negative, il lettore, proprio come Arthur, annaspa leggendo questo libro, gli manca quasi il respiro e soprattutto all’inizio non capisce bene cosa stia succedendo di fronte ai suoi occhi. Voglio pensare che sia stato un effetto voluto da Williams, e visto la grandezza che ha ottenuto successivamente, credo proprio sia così. Per comprendere davvero questo romanzo/racconto bisogna aver provato almeno una volta quella sensazione angosciante di solitudine. Lo consiglio a chi vuole una lettura profonda e ama gli stili un po’ alti, a tratti quasi deliranti e con descrizioni brevi ma ricche e voluttuose insieme.


Voto: ★★★✰✰ e mezza!

♫♪ Isolation – Joy Division

Nascosto in quella silenziosa intimità, in quell’oscuro oblio, il passato poteva ancora raggiungerlo? Il raggio sottile, il pungolo di quei ricordi odiosi, sarebbe riuscito a diradare le ombre, e a trasformarsi in un arpione di luce accecante, per lacerare la sua memoria come carne viva?

sulcomodino

La piramide del caffè – Nicola Lecca

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Sono rimasta vittima dei moustache della copertina di questo breve romanzo e così ho iniziato a leggerlo senza sapere assolutamente di cosa parlasse. Mi sento un po’ combattuta nel parlarne in quanto da una parte mi ha colpita piacevolmente soprattutto per l’originalità della trama, dall’altra sono rimasta un po’ scettica per lo stile e per il finale un po’ troppo “smieloso” per i miei gusti!

In brevissime parole (avrete già capito che non sono una di quelle che per metà post fanno il riassunto della trama, sarà che mi ricorda molto i compiti che mi davano i professori alle medie) il protagonista principale del romanzo è un ragazzo orfano ungherese (e finalmente si parla un po’ di questa Ungheria che non si caga mai nessuno!) che, trasferitosi a Londra, intraprende una carriera all’interno di una catena di caffetterie (in pieno stile Starbucks).

Pro:

  • fa aprire gli occhi su queste caffetterie, tanto di moda negli ultimi tempi, che dovrebbero far inorridire almeno noi italiani, artisti del caffè;
  • le descrizioni di una Londra vista dagli occhi sberluccicosi di chi ci va per la prima volta;
  • il personaggio di Margaret Marshall, vincitrice del premio Nobel per la Letteratura in pieno blocco dello scrittore e amante della solitudine.

Contro:

  • come già anticipato, il finale davvero poco credibile e direi quasi fiabesco;
  • l’uso del termine “panettoncini” [GIURO!!] per indicare i muffin o cupcakes;
  • la presenza di personaggi appena appena accennati (neanche una pagina a volte) e lasciati un po’ a metà come a voler mettere troppa carne al fuoco.

In ogni caso è una lettura piacevole e simpatica che riempie bene i tempi morti sul pullman la mattina!

Voto: ★★★✰✰

“La solitudine è temuta dai deboli: perché svela le paure, e mette in luce limiti e difetti della personalità” aveva scritto nel suo primo libro. E ancora: “La compagnia è distrazione. La solitudine mai”.