Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy e la trasposizione cinematografica dei fratelli Coen

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Come ci ha insegnato una saggia pubblicità del passato, ci sono autori grandi e grandi autori. Cormac McCarthy appartiene alla seconda categoria quanto le morbide setole dei pennelli cinghiale (ho sempre sognato di citarlo!!!). Questo mese ho letto il suo famosissimo Non è un paese per vecchi e, non contenta, mi sono pure guardata la trasposizione cinematografica dei fratelli Coen (pellicola vincitrice di ben 4 premi Oscar nel 2007). Il romanzo è come al solito geniale: costruito sapientemente sulle spalle di tre grandi personaggi si dipana tra le vie di un western e quelle di un thriller in maniera impeccabile. In una zona desertica texana al confine col Messico troviamo Moss, reduce del Vietnam, che crede di poter cambiare la proprio esistenza con una borsa piena di soldi trovati sulla scena di un regolamento di conti tra trafficanti di droga; Anton Chigurh assassino spietato e decisamente non del tutto sano di mente che si mette sulle tracce di Moss; e lo sceriffo Bell che con tutta la sua esperienza alle spalle cerca di risolvere la situazione nel modo più indolore possibile. Lo stile di McCarthy è quasi commovente e credo sia un esempio per qualunque scrittore emergente: oggettività spinta al massimo, descrizioni precise ma non dilungate, dialoghi ridotti all’essenziale ed estremamente realistici. Tutto è calibrato alla perfezione.

Quando si alzò dal tavolo aveva ormai capito che gli sarebbe toccato ammazzare qualcuno. Solo che non sapeva ancora chi.

E il film? Questo si tratta di un raro caso in cui la sceneggiatura viene azzeccata e resa in modo impeccabile dalla regia. Complice un cast da paura (Josh Brolin, Javier Bardem e Tommy Lee Jones mica pizza e fichi!) e una fotografia riuscita, il film risulta ottimo. Sinceramente vi consiglio entrambi, vale la pena notare la resa dei dialoghi su pellicola e Javier Bardem come cattivo ha sempre il suo perché!


Voto a entrambi: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ A Desolation Song – Agalloch

Rimase lì in piedi a guardare in lontananza il deserto. Che silenzio. Il ronzio sommesso del vento tra i fili. Alte piante di ambrosia lungo la strada. Fienarola e nolina. Più in là, fra le pietre degli arroyos, impronte di draghi. Le montagne di pietra grezza nell’ombra del tardo pomeriggio e verso est l’ascissa scintillante delle pianure desertiche, sotto un cielo dove cortine di pioggia si allungavano scure come fuliggine lungo tutto il quadrante. Vive in silenzio il dio che ha purgato questa terra con sale e cenere.

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Anna Karenina di Lev Tolstoj vs Anna Karenina di Joe Wright

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Sono finalmente riuscita a decidermi a iniziare Guerra e Pace, immenso, famosissimo, pare che tutto il mondo l’abbia letto tranne me, per cui credo sia giunto il momento di darci dentro! Ovviamente mi torna subito alla memoria un altro grande classico del mitico Tolstoj che lessi nel 2012: Anna Karenina. Il romanzo mi entusiasmò nonostante mi approcciai ad esso non molto convinta. Questa la mia recensione di allora (se non vi va di sciropparvela tutta saltatela pure, ve l’ho inserita apposta in corsivo!).

Un semplice capolavoro d’altri tempi ma sempre attuale grazie alla precisa descrizione degli stati d’animo e delle emozioni provate dai personaggi che sembrano vivere davvero in queste pagine. Incredibile l’equilibrio che Tolstoj ha dato a tutti loro, privilegiando comunque Anna e Levin, dotati di tantissimi punti in comune (anche se in queste 1200 pagine si incontrano in una sola occasione).
Tutto il romanzo gioca su paralleli e antitesi tra situazioni e personaggi; il più intenso di tutti è certamente il rimando, durante il suicidio di Anna, alla morte dell’uomo in stazione. L’entrata del personaggio e l’uscita di esso pare svolgersi nel modo più opposto possibile: Anna felice, serena, pronta a risolvere la situazione generatasi tra Stiva e Dolly prima e Anna disperata per la propria vita così tormentata e piena di dubbi e angosce che vede nella morte la sola soluzione dopo.
Se Levin trova la forza di andare avanti e si approccia alla sua malinconia in modo assolutamente scientifico e filosofico, Anna è passionale e si lascia travolgere da tutte le emozioni in modo totale e appassionato. Che siano positive o negative le sensazioni di Anna si moltiplicano e avvolgono interamente il personaggio, capace così di passare in poche battute da una rabbia e una gelosia intensa e provocatoria, alla tenerezza e dolcezza. La sua lunaticità – chiamiamola così – può suscitare antipatia nei suoi confronti ma senza dubbio è resa in modo ineccepibile; io stessa sebbene non mi avesse del tutto conquistata il suo personaggio nella prima metà del romanzo, nella seconda metà sono rimasta affascinata da una donna così forte e capace di prendere decisioni dolorose e allo stesso tempo così debole e scostante. Raramente si incontrano personaggi così reali, perfetti in ogni lato e coinvolgenti.

Ma questo non è solo un romanzo di amore e morte ma anche un trattato – e qui si spiegano le mie 4 stelline – di politica, agricoltura, pittura e società. Lunghi paragrafi che spiegano nei più piccoli particolari la concezione della cultura dei contadini, degli interventi in una guerra lontana, della coltivazione e della tenuta delle aziende agricole, della pittura italiana di fine ‘800, e così via, rallentano la lettura – altrimenti piacevole e scorrevole – del romanzo creando vuoti narrativi e pause dalla trama. Personalmente questi intramezzi, insieme alle discussioni di politica tra i personaggi, li ho trovati molto pesanti.

In ogni caso è un grande classico che va rispolverato ogni tanto, magari prima di una nuova trasposizione cinematografica (l’imminente film di Joe Wright sarà la dodicesima!).

Ho trovato il coraggio di guardare il film di Wright solo durante queste vacanze di Natale, insieme a mia mamma e mia sorella, tutte e tre a produrre critiche di alto livello (“Oddio che brutto l’attore che fa Vronskij”, “La Knightley è decisamente troppo magra, insopportabile quando sorride”…). Quando seppi che sarebbe stato girato in forma “teatrale” ero già disperata, ma mi sono bastati i primi 10 minuti per convincermi che quello è il modo giusto di trasportare gli splendidi dialoghi di Tolstoj sul grande schermo. Certo, Jude Law lo avrei visto sicuramente meglio in Vronskij che non imbruttito e invecchiato nella parte di Aleksej, ma non chiediamo troppo!

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Una delle splendide scene di ballo, da notare l’abito nero di Anna (Keira Knightley)

Per farla breve, grande aderenza al romanzo (ricordando che consta di 1200 pagine!), scenografia sublime, attori quasi del tutto azzeccati (pollice in su per l’interprete di Levin davvero bravissimo), colonna sonora perfetta e mai invasiva e soprattutto costumi meravigliosi che hanno fruttato a Jaqueline Durran un oscar. Difficile fare di meglio, bravo Wright!

Voto ad entrambi: ★★★★✰

♫♪ Two steps from hell – Nero

Io penso, disse Anna sfilandosi un guanto, che se ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d’amore quanti cuori.

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