Beautiful Losers – Leonard Cohen

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Che rock e letteratura sia un connubio perfetto lo si sa da decenni, io personalmente ne ho preso atto con i riferimenti letterari dei Metallica (da Coleridge a Lovecraft passando per Dalton Trumbo). Così quando ho scoperto che il cantautore folk Leonard Cohen ha scritto diverse opere prima di iniziare la sua carriera musicale ho deciso di lanciarmi su Beautiful Losers edito Minimum Fax.

La trama scorre parallela tra l’esistenza del protagonista, antropologo ormai anziano che riflette sui ricordi della sua vita passata, della moglie Edith e dell’amico F. le cui vite si intrecciano in un morboso triangolo amoroso e la storia della prima nativa americana ad essere proclamata santa: Kateri Tekakwitha.

Lo stile è febbrile quando narra delle vicende del protagonista, più lineare nel ripercorrere la storia della santa, ma sempre con un fondo psichedelico che lo ricollega automaticamente agli scritti della beat generation, da Ginsberg a Burroughs. Qui troverete un po’ di tutto: riferimenti autobiografici di Cohen, rapporti omo ed eterosessuali, malattie mentali, suicidi ma anche molta storia e ossessione religiosa. Io ho amato moltissimo questo romanzo per la sua trascendenza e perché il protagonista nella sua vecchiaia mi ha ricordato il Prufrock di T. S. Eliot. Leggetelo se amate il rock cadenzato di Cohen e avrete una fonte di citazioni pressoché illimitata.


Voto: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ Dance me to the end of love – Leonard Cohen

Il nostro amore non morirà mai, questo te lo prometto, io, che lancio questa lettera come un aquilone fra i venti del tuo desiderio. Siamo nati insieme e nei nostri baci confessavamo il desiderio di rinascere. Siamo stati abbracciati l’uno all’altro, ciascuno maestro dell’altro. Abbiamo cercato la tonalità particolare di ogni singola notte. Abbiamo provato a eliminare il rumore di fondo, soffrendo per il sospetto che il rumore di fondo facesse parte della tonalità stessa.

La dittatura dell’inverno – Valeria Ancione

la-dittatura-dellinvernoEd eccomi qui a parlare del romanzo appena uscito di Valeria Ancione: La dittatura dell’inverno. Mi ritrovo nuovamente a leggere la storia di una donna particolare (così rimpolpo un po’ la mia rubrica Wonder Women!), questa volta però ritorniamo in Italia, siamo infatti a Roma.

Nina è una donna a cui non manca niente: ha un marito affettuoso, cinque figli, una piccola catena di librerie, una bella casa a Roma e una al mare dove si rifugia ogni estate. Sembra una vita perfetta (anche troppo!) ma qualcosa in lei pretende un cambiamento e così nel bel mezzo della stagione a lei più ostica, l’inverno, stringe una grande amicizia con una ragazza conosciuta in piscina. Il legame che le unisce è così profondo da trasformarsi in qualcosa di più…

Parto dagli effetti positivi di questo libro: finalmente si introduce il capitolo “lesbo” nella narrativa italiana senza particolari forzature o odiosi luoghi comuni. Inoltre, il messaggio di fondo risulta essere diverso dal solito “non è sempre detto che chi ha tutto sia in pace con se stesso” e sfocia in una più complessa indagine psicologica approfondita dalla corrispondenza che Nina terrà con il suo terapeuta. Il concetto di tradimento è visto in senso ribaltato: una seconda relazione può permettere ad una donna di vivere meglio la sua vita di prima imparando ad amare in modi diversi da sempre, per esempio scegliendo come compagna una donna. Se invece si ostacolano alcuni istinti la nostra vita potrebbe subirne le conseguenze e sfociare comunque nel tradimento ma in un modo nocivo e disastroso trasformando il nostro corpo in semplice oggetto.

La “lezione” mi ha molto colpita, forse sbagliamo a considerare negativamente il tradimento nella nostra quotidianità, e soprattutto, a reputare impossibile amare due persone contemporaneamente; il finale del romanzo pur riportando le cose ad un livello di “normalità” lascia comunque uno spiraglio sulle esperienze che dovremmo vivere nella vita e su come queste possano cambiarci.

Passo però, ahimè, a esaminare ciò che non mi ha convinta di questo romanzo: la protagonista. Nina è bella, non ha bisogno di truccarsi al mattino, è simpatica, sa cucinare, è colta, i figli la amano, il maritozerbino la ama, le amiche la amano, ben due uomini adulti si innamorano di lei, se vuole al mattino può anche starsene a dormire nel letto, ha una donna che la aiuta coi bambini, una casa con piscina a Roma, una al mare a Ventotene, la possibilità di fare diverse vacanze all’estero in poco tempo, e via dicendo. Ora, io capisco che una figura benestante fosse necessaria (sempre rimandando al concetto che i beni materiali non sono tutto, la vita può comunque andare male eccetera eccetera) però va a finire che il personaggio risulti troppo forzato rendendo quasi impossibile l’immedesimazione da parte del lettore.

Lo stile dell’autrice è semplice e molto lineare (non a caso è una giornalista) ma penso che il romanzo avrebbe potuto essere sfoltito di almeno 50 pagine, perché in fondo di sapere nei dettagli le giornate di Nina non è che ce ne freghi più di tanto!

Detto questo, ho amato la sensazione che l’inverno fa subire alla protagonista che la definisce appunto “dittatura” in confronto alla libertà che ci dona l’estate, chiara metafora delle nostre scelte di vita: se liberiamo un po’ di più il nostro vero io, quella parte istintiva che sta dentro di noi, la vita sarà più facile sia per noi sia per chi ci ama. Consiglio quindi la lettura a quelle donne che stanno passando un momento particolare delle loro vite con la netta sensazione che manchi qualcosa.


Voto: ★★★✰✰

♫♪ Love Illumination – Franz Ferdinand

Devo imparare che quello che non vogliamo perdere non lo perdiamo e quello che non vogliamo possiamo pure perderlo.

Invisible Monsters – Chuck Palahniuk

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Quest’uomo è un genio. Questo ho pensato arrivando alla fine di Invisible Monsters. Per me Chuck Palahniuk è come Quentin Tarantino, David Lynch e Lars Von Trier fusi in una unica entità. Ogni volta che arrivo alla fine di un suo romanzo io mi sento allo stesso tempo vuota e piena di nuovi concetti, nuove visioni di vita, nuovi angoli della mente in cui stanare mostri surreali. Aghi, silicone, bisturi, operazioni per cambiare sesso, sangue, omosessualità, fottuta bellezza, abiti attillati, fucili caricati, vestiti da sposa in fiamme, ormoni, AIDS e malattie veneree, cicatrici, pizzi e toulle, flash, amore, morte, rinascita, passato, futuro e presente, mostri invisibili. Questo è Invisible Monsters, un’opera mostruosa a tratti, irriverente, sbagliata, immorale e senza senso.

Immaginatevelo poi con salti temporali pazzeschi e lo stile assolutamente cinico e conciso di Palahniuk. Un mondo nuovo fatto di ribellione e anticonformismo spinto all’estremo umano. Una scrittura che ti cambia e ti segna. Mi fermo qui, ancora sconvolta! Vi consiglio solo di leggerlo ascoltando Mondo Sex Head del malatissimo Rob Zombie, calza a pennello!


Voto: ★★★★✰

♫♪  Living dead girl – Rob Zombie

«Ora» dicono quelle labbra Plumbago «mi racconterai la tua storia come lo hai appena fatto. Scrivila tutta quanta. Racconta quella storia, ancora e poi ancora. Raccontami la tua triste storia del cazzo per tutta la notte.» Quella regina Brandy punta verso di me un dito lungo e ossuto. «Quando capisci» dice Brandy «che quella che racconti è solo una storia. Che non sta più succedendo. Quando realizzi che la storia che stai raccontando sono solo parole, quando puoi sbriciolarla e gettare il tuo passato nel secchio dell’immondizia» dice Brandy «allora riusciremo a capire chi sarai.»

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Hashtag di lettura e autobiografie come “Rosso Istanbul” di Ozpetek

Oggi voglio parlarvi di un’iniziativa molto carina del canale Sky Arte Hd, un canale che deve essere davvero splendido anche se purtroppo io non ho Sky, che unisce la passione per la lettura con quella della fotografia. Quante volte ci mettiamo a leggere all’aperto in qualche luogo della nostra città? Che sia semplicemente un tram torinese d’inverno o un prato verde nel Canavese in piena primavera, anche se non lo faccio spesso, adoro leggere fuori casa. Se vi capita potete fotografare il vostro libro con lo scorcio del paesaggio che avete scelto come sottofondo e postarla su Instagram o Twitter utilizzando gli hashtag #librieluoghi e #Bookshow. Le foto verrano a formare una sorta di classifica e saranno comunque un ottimo modo per consigliare qualche vostra lettura che vi sta a cuore.

#LibrieLuoghi_Ragonese

Passando alla chiacchierata libresca di oggi, tendenzialmente i libri scritti da persone famose non mi fanno impazzire, soprattutto se sono quelle autobiografie fatte scrivere a qualche autore fantasma sicuramente sottopagato e pubblicizzate poi più del nuovo modello di iPhone. Un’eccezione è stata giusto il romanzo scritto da Carlo Verdone, La casa sopra i portici, bell’esempio di autobiografia famosa non troppo enfatizzata sull'”io, me e me stesso”. Non ho ancora capito fenomeni letterari come la biografia di Steve Jobs – pare che tutti ne abbiano una copia a casa stile Bibbia – o le biografie dei calciatori da regalare a Natale (anche no eh!). Adoro invece le biografie di personaggi famosi della storia antica e recente possibilmente se corredati da documenti e, dove possibile, fotografie. Sarò che sono un’archivista?


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Alla Feltrinelli mi era rimasto impresso il romanzo scritto da Ferzan Ozpetek, il famoso regista turco naturalizzato italiano che ha girato film diventati famosissimo come Le fate ignoranti e Saturno contro. Per snaturare un po’ dalla solita autobiografia “sono nato qui e ho fatto questo” Ozpetek utilizza la tecnica del doppio personaggio. I capitoli si alternano tra i ricordi d’infanzia del regista e le vicende di una donna di mezza età che in una vacanza a Istanbul vede crollare tutte le sue certezze e decide di godersi la vita in modo nuovo guardando il mondo con occhi diversi. Credo però che l’effetto voluto di spezzare l’attenzione del lettore in due non sia riuscito del tutto. Mi spiego: la vita di Ozpetek è interessante e soprattutto descritta molto bene con alcune istantanee di Istanbul che ci scorrono davanti agli occhi in un trionfo di suoni e immagini; l’ipotetica vicenda della donna di mezza età mi sembra invece accampata per aria e alla fin fine non vedevo l’ora di finire i suoi capitoli. L’idea poteva essere un successo, ma forse sarebbe stato opportuno ampliare la vicenda e renderla più credibile ai fini di carpire meglio l’attenzione del lettore.

Ovviamente poi per dare un senso a tutto le vite dei due in qualche modo dovevano incrociarsi, non una ma più volte, e mi sta bene che il mondo sia piccolo ma non è un po’ forzato? A questo punto avrei davvero preferito un’autobiografia di stampo classico. Tre stelle se le aggiudica comunque per la facilità di lettura e le belle descrizioni di Istanbul.

Tema centrale è comunque l’amore, che sia finito, tradito e illusorio oppure fresco, vivo, omosessuale e legato al passato l’amore è presente nella vita di ciascuno di noi e la plasma di conseguenza in modo ineguagliabile. Niente è più importante dell’amore ci viene detto. E così è.


Voto: ★★★✰✰

♫♪ Sulle labbra – Afterhours

Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incedio che un cuore d’inverno.

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Splendore – Margaret Mazzantini

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Ho letto praticamente tutta la produzione letteraria della Mazzantini e tranne qualche raro caso, mi sono piaciuti molto i suoi libri. Si era sempre trattato di letture intense a livello di trama, quasi sempre molto drammatica con risvolti tragici, ma leggere a livello di stile, frasi brevi, scrittura pulita e senza fronzoli. Con quest’ultimo romanzo credo che la Mazzantini abbia voluto “alzare il tiro” e affiancare alla narrazione di fatti tanto drammatici uno stile denso di metafore, paragoni, frasi complesse e spesso volutamente ritorte. La decisione poi di non suddividere il libro in capitoli o in parti rende ancora più difficoltosa la lettura.

In ogni caso la trama piuttosto originale che introduce il tema dell’omosessualità in modo forte e chiaro denunciando l’atteggiamento omofobo di noi italiani – paragonati alla mentalità apertissima degli inglesi – mi è piaciuta e non voglio polemizzare sul risvolto “commerciale” che può avere in questo momento. Un secondo punto a suo favore sta nell’aver evitato salti temporali troppo incisivi e aver semplicemente raccontato la storia di Guido, dall’infanzia alla vecchiaia. L’utilizzo della prima persona come narratore fa sembrare il romanzo quasi un diario, un ripercorrere il passato attraverso i ricordi e le persone incontrate durante la propria vita.

La curiosità invoglia il lettore a proseguire attraverso queste riflessioni sulla vita e sulla morte costanti ma un po’ pesanti a tratti, inevitabile il paragone tra due città così diverse come lo sono Londra e Roma, che vanno a rispecchiare rispettivamente Guido e Costantino. Due caratteri opposti, due vite indissolubilmente legate a doppio filo. Interessante il finale che ci lascia l’amaro in bocca ma sempre volto alla speranza.

Voto: ★★★✰✰ e mezza!

♫♪ The man who sold the world – Nirvana

I giorni mi passavano accanto e io ero come una statua greca, un giovane Apollo che s’innalzava sopra le sofferenze dei mortali, abbracciavo la fredda materia che sigillava la mia ipotesi di vita.

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Tra mostri e Interzona: William S. Burroughs

Qualche giorno fa dopo aver visto il film On the road mi è tornata voglia di immergermi nuovamente negli autori della beat generation, in particolare William Burroughs. Nel romanzo Sulla strada è presente con lo pseudonimo Old Bull Lee e viene descritto come una sorta di “maestro” dalle cui labbra pendevano i più giovani Jack Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg.

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Viggo Mortensen nella parte di “Old Bull Lee” nel recentissimo “On the road” di Walter Salles

Lo stile di Burroghs è però molto diverso dalla maggior parte dei suoi “colleghi” beatniks e si colloca in un pianeta a sè stante della letteratura, un misto di fantascienza, pornografia e horror.

Burroughs è stato l’inventore di una tecnica particolare detta Cut-up: una specie di taglia e incolla (come un montaggio discontinuo in un film) che rende il testo frammentato e spezzato qua e là. Ciò, bisogna ammetterlo, rende la lettura più difficoltosa ma ha anche reso famoso Burroughs tanto da farlo entrare tra i membri della Accademia Americana, accolto dagli stessi individui che lo avevano spesso accusato di sadismo e oscenità.

William+S+Burroughs+image

Burroughs ebbe una vita al limite del trasgressivo: per 15 anni fu un tossicomane (ha sperimentato e studiato un numero veramente impressionante di droghe e stupefacenti vari), spesso anche spacciatore, e non ha mai nascosto la sua omosessualità (nemmeno nei periodi più bui di pregiudizi e omofobia). Per saperne di più sulla sua vita consiglio Junkie (La scimmia sulla schiena) un romanzo autobiografico legato alla dipendenza dalla droga ma con veri e propri studi e consigli su come uscirne.

Il suo capolavoro più conosciuto è però Naked lunch (Pasto nudo), uno dei libri più psichedelici, allucinati e grotteschi che io abbia mai letto e che siano mai stati scritti. Mostri, droghe, violenza, omosessualità, malattie, sono questi i temi trattati in modo tale da sembrare di essere dentro ad un incubo o ad un sogno infernale – la cosiddetta Interzona in cui si dà libero sfogo alle pulsioni peggiori e più nascoste dell’uomo.

Ecco una delle descrizioni – secondo me stupende – di Burroughs contenuta in Pasto nudo:

[…] partiamo per New Orleans, passando davanti a laghi iridescenti e vampe arancioni di petrolio, a paludi e mucchi di spazzatura, alligatori che strisciano in mezzo a bottiglie rotte e a barattoli di latta, arabeschi al neon dei motels, ruffiani sperduti su isole di immondizia gridano oscenità alle auto che passano… New Orleans è un museo morto.