Il cardellino – Donna Tartt

Il cardellino

Due parole su quella che è stata la mia ultima lettura del 2014: Il cardellino di Donna Tartt, un romanzo di cui ho sentito parlare moltissimo e che era in wishlist da tempo. Sarò noiosa, critica e bisbetica ma leggendo certe recensioni qua e là la mia fiducia nel genere umano crolla inesorabilmente. “È troppo lungo” è la critica mossa dai più. Ora, mi chiedo, se già sai che il tuo cervello non riesce a superare le 200 pagine di rito, che te lo compri a fare? Molto spesso “lungo” viene per forza associato a “ripetitivo”, soprattutto quando il protagonista è uno solo e “si parla sempre di lui”. Addirittura alcune persone criticano il suo amore/amicizia con l’amico di origine russa, ma dove siamo, nel Medioevo? Spoilerando un po’ posso anche dirvi che è così palpabile l’allusione all’omosessualità da sembrare quasi irreale – tant’è che l’amore più profondo è provato per una ragazza (non che poi cambi la sostanza il fatto che sia donna o uomo).

Scusate lo sfogo, ognuno può dire la sua e criticare qualsiasi cosa, ma non sarebbe il caso di farlo con la testa? Io questo romanzo l’ho amato. La costruzione è perfetta, non ci sono salti temporali a incasinare le cose, i personaggi sono relativamente pochi, non ci si confonde con i nomi e la lettura scorre piacevole. Per di più al romanzo, che si può definire di formazione visto che accompagniamo il protagonista Theo dall’infanzia all’età adulta, si aggiungono note gangster e noir con personaggi coinvolti in omicidi e traffico di droga.

Il cardellino

Il quadro a cui fa riferimento il titolo del romanzo è di un pittore olandese allievo di Rembrandt, Carel Fabritius

La trama si avvolge intorno al Cardellino, un piccolo ma splendido quadro realmente esistente. Il quadro e Theo, per una incredibile coincidenza, si trovano ad avere i propri destini attorcigliati l’uno all’altro in un susseguirsi di eventi drammatici che porteranno il protagonista a porsi una serie di profonde domande e osservazioni sulla propria esistenza. Queste costituiscono le ultime pagine del libro, un piccolo trattato a sè stante di una bellezza commovente.

Oltre a questo dal libro traspare un messaggio profondo sull’amore provato per l’arte, una costante del libro che lo rende davvero speciale per chi al giorno d’oggi riesce ancora a commuoversi davanti a una tela dalla grande forza espressiva. Per me questo romanzo le 5 stelle se le merita assolutamente, voi leggetelo o no, ma per favore, facciamo critiche costruttive!


Voto: ★★★★★

♫♪ Widowspeak – Limbs

La gente si era arrabbiata e aveva pianto e aveva distrutto cose per secoli e aveva levato alti lamenti per via delle proprie piccole vite senza importanza, quando – che senso aveva tutta quella sofferenza inutile? Considerate come crescono i gigli di campo. Perché preoccuparsi delle cose? In quanto esseri senzienti, non eravamo stati messi sulla Terra per essere felici, nel breve tempo che ci era concesso?

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La mia musica nel silenzio – Andrea Pontiroli

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Da sempre io e i romanzi particolarmente drammatici andiamo d’accordo quanto il pane con la Nutella, e, come non mi stanco di ripetere, di rado riesco a trovare quelle storie da lacrimoni, quelle da starci male mentre le leggi, da vera e propria malinconia. Rimango piacevolmente stupita nel ritrovare questo stato d’animo nella mia più recente lettura, “fresca fresca di stampa” (si fa per dire ovviamente perché lo troverete solamente sottoforma di un curatissimo e-book) dalla collana dedicata agli esordienti della Ellera Edizioni.

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Sto parlando del romanzo d’esordio di Andrea Pontiroli: La mia musica nel silenzio. Protagonista di questo libro è Tommaso, un ragazzo destinato a diventare un grande violinista. Neanche compiuti dieci anni, Tommaso, lasciando la borghesia milanese fredda e distaccata della madre, viene mandato a Parigi per imparare l’arte del violino da uno dei migliori al mondo. È qui che Tommaso conosce Xavier, figlio del suo maestro, una figura che diventerà quasi un fratello, quasi un amico, quasi un rivale, quasi l’unica persona al mondo che lo possa davvero capire.

Il rapporto tra i due è morboso e a tratti violento ma di una violenza che può scaturire solo dall’amore profondo che i due nutrono uno per l’altro; e tra le splendide immagini di una Parigi autunnale i due si ritrovano a diventare improvvisamente rivali e, in men che non si dica, a separarsi. Tommaso, infatti, prosegue il suo sogno musicale trasferendosi a New York dove solo la conoscenza di Virginia riuscirà a distrarlo dalla lontananza di quella che considera ormai la sua vera famiglia.

Come sempre però, un’amicizia sopravvive a tutto tranne che all’amore, soprattutto se provato per la stessa donna (e qui mi fermo o spoilero troppo) e Tommaso perde l’unica cosa che riusciva a renderlo davvero uomo e non solo musicista: l’affetto delle persone a lui più care.

Cosa mi ha convinta di questo romanzo? Innanzittutto la figura di Tommaso: come in un vero romanzo di formazione Tommaso cresce con noi, tanto che alla fine del romanzo quasi ci sembra di ricordare quanto sia passato dal bambino che a dieci anni suonava il violino davanti agli amici della madre a Milano. Tommaso è enigmatico, anche per se stesso; a parer mio risulta perfettamente calato nel mondo della musica classica, così raramente tratteggiato nei romanzi attuali. I sentimenti li trasmette col violino ma nella realtà della sua esistenza predilige il silenzio e un mutismo ostinato alle domande che la vita gli pone. È quindi una figura complessa: spesso non riesce a comunicare le proprie emozioni a chi gli sta accanto ma riesce a dare il meglio di sè suonando per gli estranei di tutto il mondo, portandoli addirittura alla commozione col suo violino tra le mani.

Avrei voluto cercare di spiegarle che mi sentivo come un’ombra di me stesso che teme che qualcuno possa spegnere la luce e farlo dissolvere. Ma in fondo non ce la facevo a raccontarle di me stesso perché non ero davvero sicuro di chi o che cosa fossi.

Nello stile l’autore rispecchia totalmente il carattere del protagonista: la costruzione è tormentata, sembra quasi aggressiva in certi tratti e rispecchia completamente l’azione del personaggio. Periodi e costruzioni trasmettono l’affanno che prova suonando per la prima volta un concerto, la tranquillità nel passeggiare tra le aiuole innevate del Museo Rodin o la sorda solitudine degli anni passati a New York. Morbide ma spigolose allo stesso tempo, le pagine di questo romanzo lasciano parlare le emozioni, positive o negative che siano.

Il suono del suo violino mi colpiva con violenza per poi accarezzarmi subito dopo, era come se mi strappasse il cuore dalla cassa toracica, lo gettasse a terra e lo prendesse a calci, gli desse fuoco e poi spegnesse le fiamme, lo ricoprisse di balsamo, massaggiandolo; trasformando il dolore in piacere.

In men che non si dica, quasi pentendoci di leggere troppo in fretta, giungiamo all’epilogo. Per me l’unica nota dolente di questa davvero ottima lettura. Questione di gusti ovviamente: io amo i finali da emozionarsi e questo scorre talmente in fretta, succedono così tante cose in quelle poche pagine poste al termine che quasi stavo più attenta alla percentuale restante del libro che agli avvenimenti (“no non può finire così in fretta, devono succedere ancora tante cose!”). Mi sarebbe piaciuto che l’autore si soffermasse di più sul colpo di scena finale lasciandoci vivere ancora un po’ i suoi splendidi personaggi.


Voto: ★★★★✰ e 1/2!

♫♪ Concerto per Violino e Orchestra – Cajkovskij

Mi alzai in piedi, in mezzo alla piazza, immaginai di imbracciare il mio violino, e di suonare la musica della notte e degli angeli e dei demoni, con tutto il mio odio, la mia rabbia, e la mia voglia di essere diverso, di essere amato.

Invisibile – Paul Auster

Voglio scusarmi per l’assenza di questi giorni ma purtroppo è stata una settimana decisamente impegnativa a livello lavorativo e oltretutto, per non farmi mancare nulla, mi sono anche presa l’influenza (come al solito!). Oggi posso dirmi ufficialmente in vacanza e spero vivamente di potermi dedicare alla lettura come dovrei. Ricollego sempre l’idea del Natale con tantissime ore dedicate a libri bellissimi e avvincenti che di solito non avevo tempo di leggere durante l’anno. Stranamente anche durante il liceo apprezzavo quasi sempre le letture consigliate dagli insegnanti tanto che alcuni di quelle sono diventate tra le mie preferite. L’anno scorso mi sono poi dedicata ad un grande romanzo russo, Anna Karenina, che mi ha appassionata e presa particolarmente. Spero di riuscire a replicare quest’anno con l’immenso Guerra e pace!

cover

In questi giorni invece mi sono arenata su un romanzo che mi aveva attratta per la copertina e che si è rivelata una lettura pesante che non mi ha appassionata per nulla. Parlo di Invisibile di Paul Auster. La trama è molto semplice: Adam scrive della sua vita, in particolare degli anni dell’adolescenza in cui un incontro con una coppia un po’ particolare e alcuni mesi di convivenza con l’amata sorella finiranno per cambiargli l’esistenza. Ambientato in parte a New York e in parte a Parigi, si mostra come un esperimento di scrittura creativa: è suddiviso in cinque capitoli narrati in prima, seconda e terza persona (una maniera originale ma che non mi ha convinta del tutto). Nonostante lo stile mi abbia convinta e l’inizio mi avesse stimolato particolarmente, la lettura si è rivelata lenta e non convincente. Non me la sento di definirlo del tutto un flop visto che la scrittura è curata e i dialoghi azzeccati, ma non riesco nemmeno a consigliarvelo.

Ho letto splendide recensioni eppure io devo ammettere che il personaggio principale, Adam, non mi è entrato dentro e tutta la trama mi ha lasciata perplessa. Un amore incestuoso, la New York durante la guerra del Vietnam, un bellissimo ragazzo che vuole diventare poeta, un finale malinconico: erano tutti ingredienti che mi facevano sperare in qualcosa di splendido. Peccato! Unica nota positiva il dubbio insinuato nel lettore: i fatti narrati sono i fatti reali? Ma soprattutto: è così importante che lo siano?

Voto: ★★✰✰✰ e mezza!

♫♪ For real – Okkervil River

[…] ho sempre convissuto con questa idea, e dopo averla accarezzata nella mente così a lungo mi sembrava reale, come se non dovessi far altro che dire una parola e sarebbe successo. Probabilmente sono stato troppo tempo da solo, in questi ultimi sei anni. A volte confondo i miei pensieri sul mondo con il mondo stesso.

sulcomodino

Belli e dannati – Francis Scott Fitzgerald

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A quasi un anno dal primo libro che lessi di Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby che ho amato alla follia – ecco che replico con un altro tra i più famosi dei suoi romanzi. Fitzgerald non delude mai. Questo è innegabile. Le parole scorrono lente, da assaporare fino in fondo a creare un mondo che si dipana davanti ai nostri occhi puro e semplice per quello che è. L’introspezione psicologica dei personaggi è semplicemente impressionante: alcuni tratti dei primi Gloria e Anthony sono talmente reali che mi rispecchio totalmente in certi battibecchi col mio fidanzato!

Mi soffermo un attimo sui due grandissimi protagonisti: essi escono fuori a poco a poco, troverete infatti un po’ di difficoltà all’inizio in un labirinto di personaggi, dialoghi che sfiorano la filosofia e ovviamente una protagonista femminile odiosa (non manca mai). Gloria è l’essenza di un’epoca luccicante e sfarzosa dove l’apparenza è tutto e i valori nulla. Anthony perso completamente nella bellezza di lei, è invece un giovane con tanti buoni propositi ma carente di voglia di realizzarli. La pigrizia è la sua vera caratteristica visto che non riuscirà a fare nulla di buono andando invece a rovinare il rapporto con Gloria, a rompere col nonno da cui dovrebbe avere la cospicua eredità, a naufragare nel sogno di una brillante carriera militare (Non faccio niente, perché non c’è niente che valga la pena di essere fatto).

Tutto è ambientato in una magica quanto crudele New York tra lussi senza limiti, champagne, tramezzini e musica jazz che accompagna incredibili bevute in compagnia. Festa è ancora una volta la parola chiave di questo romanzo: ogni singolo centesimo viene speso in piaceri che una volta passati lasciano un vuoto incolmabile nei due personaggi. La dipendenza dall’alcol è lo spettro inquietante che emerge con chiarezza in Anthony, ormai in pieno declino (C’era una certa benignità nell’ubriachezza: c’era quell’indescrivibile splendore che essa recava, simile ai ricordi di serate effimere e svanite).

Il finale è davvero la sorpresa di questo romanzo: ormai sicura che terminasse nell’inesorabile declino economico, sentimentale e spirituale dei personaggi, qualcosa cambia il loro destino anche se forse, ormai è già tutto perduto.

Splendida la malinconia persistente di Fitzgerald. Ovviamente consigliato!

Voto: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ In the mood – Glenn Miller

Vi erano silenzi tremanti come mormorii. Vi erano pause che parevano sul punto di esplodere e venivano riassettate nell’oblio soltanto dalla stretta delle braccia di lui e dalla sensazione che ella vi si rifugiava come una piuma spumosa, sorpresa, uscita dal buio.

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