Beautiful Losers – Leonard Cohen

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Che rock e letteratura sia un connubio perfetto lo si sa da decenni, io personalmente ne ho preso atto con i riferimenti letterari dei Metallica (da Coleridge a Lovecraft passando per Dalton Trumbo). Così quando ho scoperto che il cantautore folk Leonard Cohen ha scritto diverse opere prima di iniziare la sua carriera musicale ho deciso di lanciarmi su Beautiful Losers edito Minimum Fax.

La trama scorre parallela tra l’esistenza del protagonista, antropologo ormai anziano che riflette sui ricordi della sua vita passata, della moglie Edith e dell’amico F. le cui vite si intrecciano in un morboso triangolo amoroso e la storia della prima nativa americana ad essere proclamata santa: Kateri Tekakwitha.

Lo stile è febbrile quando narra delle vicende del protagonista, più lineare nel ripercorrere la storia della santa, ma sempre con un fondo psichedelico che lo ricollega automaticamente agli scritti della beat generation, da Ginsberg a Burroughs. Qui troverete un po’ di tutto: riferimenti autobiografici di Cohen, rapporti omo ed eterosessuali, malattie mentali, suicidi ma anche molta storia e ossessione religiosa. Io ho amato moltissimo questo romanzo per la sua trascendenza e perché il protagonista nella sua vecchiaia mi ha ricordato il Prufrock di T. S. Eliot. Leggetelo se amate il rock cadenzato di Cohen e avrete una fonte di citazioni pressoché illimitata.


Voto: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ Dance me to the end of love – Leonard Cohen

Il nostro amore non morirà mai, questo te lo prometto, io, che lancio questa lettera come un aquilone fra i venti del tuo desiderio. Siamo nati insieme e nei nostri baci confessavamo il desiderio di rinascere. Siamo stati abbracciati l’uno all’altro, ciascuno maestro dell’altro. Abbiamo cercato la tonalità particolare di ogni singola notte. Abbiamo provato a eliminare il rumore di fondo, soffrendo per il sospetto che il rumore di fondo facesse parte della tonalità stessa.

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Olive Kitteridge – Elizabeth Strout

Olive Kitteridge


La pura quotidianità: questo è il tema di questa particolare raccolta di racconti mascherata in un romanzo premio Pulitzer del 2009. Elizabeth Strout riesce a descriverci la vita di una tranquilla cittadina del Maine che si affaccia sull’Atlantico, Crosby, un luogo come potrebbe essere anche una qualsiasi cittadina italiana. Tredici racconti ci accompagnano a conoscere alcune delle famiglie di Crosby con una generale disillusione agli affetti maturata con l’età. Quasi sempre protagonisti sono anziani o donne e uomini di mezza età, spesso delusi dai figli, spesso da se stessi.

Olive Kitteridge è proprio una di essi e ben rappresenta l’abitante medio di questa cittadina. Una donna forte e determinata, a tratti quasi maleducata, senza fronzoli e senza peli sulla lingua che arrivata alla vecchiaia cerca di vivere gli anni che le restano senza rimpiangere troppo il passato. Delusa dal figlio, rimasta sola dopo l’ictus del marito, Olive pensa spesso alla morte e alla malattia. Con i suoi pregi e i suoi difetti Olive è la donna che potremmo diventare.

Lo stile della Strout è intenso e semplice, estremamente coinvolgente e descrittivo nel giusto grado; ovviamente è una lettura che lascia l’amaro in bocca e che fa riflettere su come i rapporti con gli altri, soprattutto familiari, possano essere compromessi con facilità. Morte e malattia sono quasi sempre presenti e a tratti rendono abbastanza angosciante proseguire (ho trovato toccanti in modo quasi eccessivo i capitoli delle visite nella casa di cura); non mancano però i momenti di humor grazie alle battute e risposte taglienti di Olive. Questo romanzo fa pensare alla brevità della vita e alla voglia di circondarsi di persone che ci vogliono bene senza però scordare che la solitudine sarà sempre parte di noi. Si nasce soli e si muore altrettanto soli.


Voto: ★★★✰✰

♫♪ We bought a zoo – Jònsi

«Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.»

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