Sulla strada di Jack Kerouac vs On the road di Walter Salles

On_the_Road_FilmPosterIeri sera in compagnia del mio ragazzo ho deciso di guardare la trasposizione cinematografica di un grande romanzo che ha dato una svolta alla letteratura americana ed è diventato la “bibbia” di un’intera generazione. Premetto che ero conscia del fatto che creare un film da un romanzo di questo calibro è una difficile impresa e che probabilmente sarebbe stato impossibile fare di meglio, tuttavia mi chiedo: era davvero indispensabile?

Sulla strada è un romanzo fatto di sensazioni, l’ho letto anni fa ma ancora adesso ricordo l’atmosfera che la mia testa si era creata mentre lo leggevo. Prendere certe emozioni, certe frasi indelebili e ficcarle in due ore di film è più o meno abominio per me. Se poi lo basi esclusivamente su scene di sesso e sballo allora va beh è proprio eresia! Alcuni personaggi sembrano quasi piovere dal cielo (vedi Old Bull Lee interpretato da un bravissimo Viggo Mortensen) soprattutto per chi non ha letto il libro e si cimenta lo stesso nella visione. La tematica dell’omosessualità è inoltre forzata con dei veri e propri stravolgimenti nella trama del romanzo.

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Parlando di attori non mi pronuncio neanche sulla performance di Kristen Stewart (attrice sopravvalutatissima se si considera che ha sempre la sua faccia da depressa coi dentoni di fuori) nè su quella della mia adorata Kirsten Dunst (la sua parte sarà più o meno di dieci minuti). Piacevolissimo da guardare (e giuro che non è solo per la prestanza fisica) Garrett Hedlund nei panni di Dean Moriarty ben calato nella parte tanto da metter quasi in ombra il protagonista, Sam Riley.

In compenso la fotografia – curata da Eric Gautier (per intenderci lo stesso di Into the wild) – è un concentrato di splendidi landscape estivi, invernali, dai colori freddi dell’inverno americano ai toni caldi del Messico. E anche la colonna sonora è decisamente azzeccata.

In definitiva per chi ha letto il libro sarà senza dubbio una delusione, mentre per chi non l’ha letto risulterà essere un’accozzaglia di scene erotiche e di abuso di droga. Ne valeva davvero la pena?

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Alieni, Il Grande Gatsby e Caroline di Monaco

Inauguro il mio nuovo blog di letture e pensieri psichedelici raccontando in poche righe l’incontro Leggere in traduzione: Fitzgerald durante la seconda giornata de La grande Invasione, la prima edizione del Festival della lettura di Ivrea che si sta tenendo in questi giorni.

La traduzione di Pincio edita da Minimum Fax

 

Stamattina ci siamo immersi nella mente di Tommaso Pincio, scrittore e pittore romano, che ha appena concluso la sua traduzione di un grande classico della letteratura americana: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Premettendo che è stata una mia recente lettura – tra l’altro una delle poche ad essersi conquistata ben 5 stelline di gradimento – ho davvero apprezzato la spontaneità del traduttore nel raccontarci come si è approcciato a questo lavoro. Il discorso è spaziato dall’importanza di questo libro nella cultura americana (è stato uno dei primi a sfatare il mito americano del guadagno “facile” e del consumismo) per arrivare al bad ending che lo caratterizza. Tanti anche i riferimenti letterari che riguardano questo piccolo capolavoro della letteratura presenti in altri contesti: dal Giovane Holden di Salinger ai Peanuts di Schultz!

Una vera e propria particolarità del romanzo sta nel fatto che il narratore non è onniscente e non si tratta neanche del protagonista, Nick Carraway è infatti una specie di testimone o, per usare le parole di Pincio:

il tramite tra il mondo di sogno e la cruda realtà. Laddove Gatsby rappresenta soltanto il lato più ingenuo e capriccioso di Fitzgerald, Nick ne incarna la parte consapevole, quella che conosce bene il fallimento che lo attende.

Pincio si è poi soffermato sull’innegabile insuccesso iniziale di Fitzgerald (rimarcato anche dall’amico/nemico Ernest Hemingway): i tempi erano troppo maturi (siamo nel 1925), bisogna aspettare gli anni ’50 – dopo le disillusioni della crisi economica del ’29 e l’impatto massacrante della Seconda Guerra Mondiale – per poter apprezzare la decadenza e il romanticismo di questo romanzo che da questi anni in avanti raggiungerà finalmente la gloria. Il mito di Fitzgerald nasce infatti nella generazione dei ragazzi ventenni durante il secondo conflitto mondiale (nel corso del quale venne stampata un’edizione apposta per i giovani americani al fronte), per intenderci, la generazione di Jack Kerouac. Proprio quest’ultimo scrisse:

Nessuno conoscerà mai davvero l’America perché nessuno conosce Gatsby.

Nella seconda parte dell’incontro Pincio ha poi parlato della lingua utilizzata da Fitzgerald – considerata erroneamente da alcuni datata e antiquata -, sulle difficoltà incontrate durante la traduzione e su alcune differenze tra la sua traduzione (che ha cercato di rendere con il lessico italiano degli anni ’50) e quella “storica” della mitica Fernanda Pivano.

Una chicca per chiudere: Tommaso Pincio si è ritrovato in particolar modo legato al Grande Gatsby poiché anche lui ha vissuto in prima persona un amore impossibile nei confronti di una donna di ceto molto più alto del suo! Senza contare l’infatuazione nei confronti di Caroline di Monaco quando era bambino!

Vi invito a visitare il blog di Tommaso Pincio che oltre a essere scrittore e traduttore è anche un eccellente pittore (mia sorella conserverà gelosamente l’autografo che le ha fatto disegnandoci un bel alieno verde!).

Uno dei ritratti di Pincio esposti a Ivrea

Uno dei ritratti di Pincio esposti a Ivrea

L'autografo di Pincio!

L’autografo di Pincio!