Lo stream of consciousness e “La signora Dalloway” di Virginia Woolf

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Come classico del mese ho scelto un romanzo pubblicato nel 1925 da una delle più grandi scrittrici di sempre: Virginia Woolf. La signora Dalloway è uno degli esempi più ecclatanti del cosiddetto flusso di coscienza, dall’inglese stream of consciousness. Penso che chiunque ne abbia sentito parlare durante le lezioni di letteratura inglese al liceo o all’università ma credo sia giusto ricavare un piccolo spazio per parlarne qui.

Per flusso di coscienza si intende una trasposizione scritta di tutto ciò che sta passando per la testa a noi o al nostro personaggio, una sorta di diarrea verbale senza ordine o logica (almeno apparente) che travolge il lettore facendolo entrare nella testa del protagonista. Si può quindi considerare un monologo interiore del personaggio che riesce a dar voce ai suoi sentimenti, emozioni, ricordi, sensazioni, senza quasi far respirare il lettore. Questa è la sensazione che si prova leggendo alcune delle più grandi opere che hanno dato il via a questa tecnica letteraria: l’Ulisse di Joyce in primo piano ma anche La coscienza di Zeno del nostro Italo Svevo.

Ognuno di noi ogni giorno produce dentro di sé un flusso di coscienza: “oggi devo andare a fare spesa oh guarda che bel gatto che c’è in quel giardino mi ricorda quando la mia gatta usciva di casa e mi portava un uccellino quello era un periodo così difficile della mia vita meno male che le cose si stanno sistemando…” la capacità di questi grandi della letteratura sta nel catturare l’attenzione del lettore e a creare delle svolte, delle vere e proprie epifanie che portano il personaggio a scoprire qualcosa in più sul proprio passato o sul proprio carattere o a riscoprire un evento del passato che il nostro inconscio aveva rimosso. A parer mio è una tecnica veramente complessa che, rifacendosi agli studi di psicoanalisi di Freud, non è certo da prendere alla leggera.

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Ne La signora Dalloway il flusso di coscienza è così estremo che spesso dovevo fermare la lettura per “riprendere fiato”; non è quindi una lettura facile o adatta a tutti e deve essere approcciata con molto concentrazione e pacatezza. Protagonista è appunto questa agiata signora inglese che vuole organizzare una festa. Il romanzo si snoda nelle 12 ore della sua giornata concentrandosi a turno su alcuni personaggi secondari: dal reduce di guerra con problemi psicologici Septimus Smith, all’amica Sally. In questi personaggi c’è molto di Virginia Woolf, dalle tendenze suicide, allo snobismo inglese, dal rapporto enigmatico con le donne al profondo senso di malessere e inadeguatezza. I temi intensi della pazzia e della morte permeano tutto il romanzo lasciando un incredibile amaro in bocca e una sensazione di intenso scombussolamento, evidente dall’aspettarsi sempre un risvolto negativo in ogni cosa:

Anche l’amore distruggeva ogni cosa.

Se da un lato è stata una delle letture più pesanti da parecchi mesi a questa parte, dall’altro l’abilità della Woolf e l’introspezione psicologica del personaggio lasciano semplicemente a bocca aperta e, per questo, credo sia un romanzo da avere in libreria.

Bene, facesse pure – l’unica consolazione della vecchiaia, pensò Peter Walsh, uscendo da Regent’s Park, col cappello in mano, era proprio questa: le passioni restano forti come sempre, ma almeno si guadagna – alla fine! – quella capacità che dà all’esistenza il suo gusto supremo – la capacità di tenere l’esperienza nelle proprie mani, e di volgerla, con una lenta rotazione, verso la luce.

Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

Maggio fatti coraggio. Totale apatia in questo mese di maggio in cui ancora non ho capito come vestirmi, sto tentando di prendere il sole e faccio finta che prima o poi le cose riusciranno a migliorare. Comunque, dopo questa parentesi di inutilità deprimente, voglio parlarvi di un grande romanzo del ‘900 entrato ormai tra i più grandi classici del passato. Brevemente perché la pigrizia avanza e non riesco a scrivere qualcosa di decente da giorni.

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Gabriel Garcìa Màrquez, un grande scrittore del ‘900 insignito del Premio Nobel nel 1982, ci ha lasciati circa un mese fa. Di lui ho adorato L’amore ai tempi del colera ma mi sono resa conto che il suo più famoso lavoro, considerato la seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, ancora non lo avevo letto. Lo iniziai durante le medie ma giacque abbandonato finché non dovetti restituirlo in biblioteca e da lì me ne dimenticai.

Cent’anni di solitudine è la storia di una famiglia, i Buendìa, fondatrice del paesino di Macondo; sette generazioni si susseguono attraverso personaggi totalmente fuori dal comune, storie d’amore impossibili, sogni politici utopistici ma non troppo, colpi di stato e morti tragiche.

Come già il titolo ci suggerisce, la tematica è a sfondo tendelzialmente pessimista; spesso i personaggi si rinchiudono in se stessi ma anche fisicamente in una stanza o in una villa abbandonata. La solitudine è una sensazione con cui l’uomo deve necessariamente fare i conti, anche in una famiglia così numerosa come quella dei Buendìa. L’uomo vuole progredire e migliorarsi ma spesso si rende conto di non riuscire nell’intento o di riuscirci solo in parte cadendo in una situazione di depressione e crisi dei valori.

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

Cataclismi naturali come una pioggia che durerà anni e eventi drammatici fanno da sfondo soprattutto alla seconda parte del romanzo, come a sottolineare che non sempre il progresso porta ad una migliore condizione di vita per l’uomo, non a caso i disastri succedono in seguito alla costruzione della ferrovia attraverso la foresta colombiana.

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Grande spazio viene dato ai personaggi femminili, che siano fragili o forti come la capostipite, muoiano giovanissime o vivano più di cent’anni, ebbene la donna ha un ruolo guida in molti casi. La forza di andare avanti, di appoggiare o contrastare le idee dei mariti, ma anche di lottare per un amore impossibile o di opporsi a qualsiasi tipo di amore, sono il punto di forza di questo romanzo che non è comunque povero di critiche indirette a gelosie e comportamenti che appaiono insensati. L’amore gioca un ruolo fondamentale in tutti i romanzi di Marquez, forse l’unica nota di gioia ma anche di disperazione che può davvero redimere l’uomo.

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

Anche il tema politico è forte: aver voglia di ribellarsi e portare avanti le proprie idee, di sovvertire l’ordine del sistema, di cambiare le cose è un messaggio importante, ma anche illusorio: la guerra spesso porta a cambiamenti diversi da quelli previsti ed è comunque un’azione che intacca la società:

Non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla.

Il potere è importante, riuscire a conquistarlo innalza l’uomo, ma cosa succede se le idee che si avevano non riescono a prendere piede? Subentra la delusione,

L’ebbrezza del potere cominciò a decomporsi in raffiche di disagio.

Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria.

Tematica importante è il passare inesorabile del tempo che assume una concezione ciclica e ripetitiva, una sensazione di tornare sempre a punto di partenza, di dover ricominciare da capo. Il tempo che passa si abbatte come il vento sulle fondamenta della casa, sulle innumerevoli stanze, sui ricordi dei personaggi, sui primi amori che a volte tornano a galla e sui morti che a volte ritornano a farci visita. Nulla può fermare la classidra che avanza, ogni singolo granellino di sabbia che cade reca una conseguenza nel piccolo ecosistema della villa dei Buendìa finché anche la villa finirà per essere abbandonata al suo destino.

«Cosa ti aspettavi?» sospirò Ursula. «Il tempo passa.» «Così è,» ammise Aureliano, «ma non tanto.»

Fortuna e sventura si alternano in un susseguirsi di eventi che in certi casi quasi sopraffaggono il lettore. Ovviamente lo stile di Màrquez è unico, inimitabile e rende questo romanzo un capolavoro della letteratura. Io personalmente ho impiegato molto a leggerlo e sono stata abbastanza in difficoltà nell’associazione nome/personaggio (i nomi sono davvero sempre gli stessi!); vi consiglio perciò di stamparvi l’albero genealogico che trovate su wikipedia. Detto questo, una breve chiacchierata considerando ciò che si potrebbe dire su questo capolavoro, preparatevi a una lettura complicata ma allo stesso semplice veloce dove i personaggi si susseguono a ritmi serrati e saltare una pagina potrebbe compromettere l’intera struttura della trama.

Voto: ★★★★✰ e mezzo

♫♪ Macondo Express – Modena City Ramblers


 Lei pensava che l’amore fatto in un modo sconfiggeva l’amore fatto in un altro modo, perché era tipico della natura degli uomini ripudiare la fame una volta soddisfatto l’appetito.

Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci.

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Lo spleen di Parigi – Charles Baudelaire

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Come fare a parlare di un libro come questo? Insomma io non definisco mai le mie chiacchierate “recensioni” perché non sono nella posizione di poter giudicare gente che ha le palle di scrivere e farsi pubblicare romanzi, certo, quando un romanzo non mi piace non sto zitta, questo sì. Comunque potrei parlarvi delle splendide atmosfere ricreate da Baudelaire, del fatto che certi poemi, per quanto brevi, riescano a incantare o della miriade di personaggi che ci troviamo fantastici e non, felici e innamorati o depressi e impiccati agli armadi, vecchi o giovani, dal buffone di corte intristito ad un principe quasi machiavellico, ognuno di loro ci insegna qualcosa. Ma come fare a giudicare un tale capolavoro? Io non ci riesco. Quindi, per variare un po’, inserisco una serie di citazioni tratte da questi poemi splendidi in onore del buon vecchio Charles. Buona lettura!

Voto: ★★★★★

♫♪ In power we entrust the love advocated – Dead Can Dance

Come sono penetranti – penetranti fino al dolore! – le giornate d’autunno al tramonto! La delizia indefinita di certe sensazioni non esclude affatto l’intensità: e non c’è punta più acuminata di quella dell’infinito.


Ma che cosa importa l’eternità della dannazione a chi ha trovato nell’attimo l’infinito del godimento?


Bisogna essere sempre ubriachi.
Tutto sta in questo: E’ l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del tempo.
Del tempo che rompe le vostre spalle
e vi inclina verso la terra,
bisogna che vi ubriacate senza tregua.
Ma di che? di vino, di poesia o di virtù,
a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
E se qualche volta sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fossato,
nella mesta solitudine della vostra camera,
vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa,
domandate al vento, all’onda alla stella all’uccello all’orologio,
a tutto ciò che fugge a tutto ciò che geme
a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta
a tutto ciò che parla, domandate che ora e’;
Ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio vi risponderanno
“E’ l’ora di ubriacarsi !”
Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi;
Ubriacatevi senza smettere!
Di vino di poesia o di virtù, a piacer vostro.


In lei abbonda il nero: e tutto ciò che ispira è notturno e profondo. I suoi occhi sono due antri in cui lampeggia e vaga il mistero. Il suo sguardo illumina come il lampo: è un’esplosione nelle tenebre. Potrei paragornarla a un sole nero, se si potesse concepire un astro buio che riversa luce e felicità.


Quali bizzarrie non si trovano in una grande città, se si sa andare in giro a guardare! La vita brulica di mostri innocenti.

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Il signore delle mosche – William Golding

Signore delle mosche

La primavera è ufficialmente nell’aria, portatrice di giornate soleggiate e splendide allergie da polline con conseguenti occhi rossi da tossica e naso colante in stile fontana di Trevi. A parte certi dettagli fisiologici, con queste giornate anche una pigrona e sociopatica come me ha voglia di uscire un po’ e cercare di perdere quel colorito cadavere che mi caratterizza per gran parte dell’anno. Sto quindi trascurando il povero L_m (= Legger_mente) e mi sto dando al fai da te (o almeno ci provo!). Carteggiare mobili e riverniciarli è la mia attuale occupazione ma in tutto questo ho cercato di inserire anche questo mese un classico alle mie letture serali (finchè gli occhi reggono!).

Questo mese ricordo un classico del 1954 opera prima del Premio Nobel per la letteratura William Golding. Ne avevo sentito spesso parlare citato dalla mia professoressa di inglese del Liceo. In breve tratta di un gruppo di ragazzi scampati ad un incidente aereo e catapultati in un’isola deserta. Un po’ un classico se vogliamo, abituati come siamo a serie tv e film del genere.

Credo che ci siano due modi di interpretare questo libro: un modo semplicistico e leggero che ci fa proseguire velocemente con la trama o un’analisi sociopolitica che potrebbe farci andare avanti per mesi. Io ho optato per una via di mezzo tra le due innanzitutto godendomi le splendide descrizioni di Golding che ci fanno apparire l’isola davanti ai nostri occhi nitida e chiara – giuro di averla immaginato solo un pochino come quella di Lost! Vi inserisco uno degli innumerevoli passaggi che ci fanno capire perché quest’uomo ha vinto il Nobel.

L’inclinazione dei raggi del sole, strisce lucenti color miele, diminuiva: i raggi scivolarono via dai cespugli, passarono sopra le verdi gemme simili a candele, salirono verso il tetto, e l’oscurità si addensò sotto gli alberi. Col mancar della luce si smorzavano i colori vivaci, si raffreddava il calore e la vitalità della natura. Le gemme simili a candele si muovevano: i verdi sepali si aprirono un poco e le punte bianche dei fiori s’alzarono delicatamente incontro all’aria aperta.

Se vogliamo invece basarci su un’idea politica è chiaro che a fronteggiarsi sono la Democrazia e il Totalitarismo impersonificati da Ralph la prima, con le sue adunate e l’attaccamento all’idea di società, e da Jack la seconda con un conseguente ritorno a barbarie e primitività.

Avete quindi due chiavi di lettura per dedicarvi ad un classico del genere dell’avventura/romanzo di formazione da cui sono anche state tratte due trasposizioni cinematografiche.

Voto: ★★★✰ e mezza!

♫♪ Lord of the flies – Iron Maiden

La prima cosa a cui si abituarono fu il ritmo del lento passaggio dall’alba al rapido crepuscolo. Accettavano i piaceri del mattino, il bel sole, il palpito del mare, l’aria dolce, come il tempo adatto per giocare, un tempo in cui la vita era così piena che si poteva fare a meno della speranza.

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Guerra e pace – Lev Tolstoj

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Ce l’ho fatta! Dopo un mese di lettura finalmente sono riuscita a vedere la luce in fondo al tunnel e a finire Guerra e Pace; quasi duemila pagine si sono susseguite sotto ai miei occhi rischiando di peggiorare notevolmente la mia miopia e facendomi praticamente dire addio alla mia già scarsa vita sociale [“Scusa stasera non esco devo sapere se Andrej e Natasha si sposano”]. E dopo tutto questo – ancora mi sembra impossibile averlo finito – come faccio a parlarvi di un tal romanzo? Parto innanzitutto dicendo che si tratta di un vero e proprio romanzo storico che, al contrario di Anna Karenina, dedica moltissime pagine a avvenimenti storici realmente accaduti. Siamo agli albori dell’Ottocento e tutto si apre in un contesto aristocratico. L’alta società russa si ritrova negli splendidi salotti di Mosca e San Pietroburgo discutendo sui due uomini che potrebbero cambiare le sorti dei rispettivi Paesi: Napoleone Bonaparte e Alessandro I. Come incipit può risultare caotico a causa del gran numero di personaggi, dei nomi russi (che spesso si ripetono) e dell’intreccio già fitto. Non vorrei spaventarvi ma solo dopo tutto il primo libro sono finalmente riuscita a “muovermi” con dimestichezza tra i personaggi. Consiglio un piccolo schemino da tenere sul comodino almeno per le prime centinaia di pagine, un po’ come il mio qui sotto che potete ingrandire e salvare:

Schemino

Anna Pavlona? Dimenticatevela pure!

Il romanzo consta di quattro libri e due epiloghi che si alternano un po’ tra le guerre e la pace di due grandi nazioni: Russia e Francia. Abbiamo capitoli più tranquilli sulla vita che scorre tra le famiglie protagoniste e altri più intensi che ci raccontano con dovizia di particolari gli scontri e le battaglie che si sono verificate. Qui vita e morte si alternano in un crescendo impressionante partendo dai primi scontri che appaiono quasi come partite a scacchi fino ai massacri corpo a corpo. Ho apprezzato soprattutto queste parti del romanzo: Tolstoj riesce a dare il massimo nelle scene di battaglia e ci tratteggia gli avvenimenti alla stregua di un quadro del periodo. Tra le scene più memorabili cito la battaglia di Borodino, in cui tutta l’asprezza della guerra esce fuori con violenza attraverso gli occhi innocenti e stupiti di Pierre Bezuchov, e l’immagine di Mosca in fumo in seguito all’invasione francese.

Una rappresentazione della battaglia di Borodino

Una rappresentazione della battaglia di Borodino

Tra gli innumerevoli personaggi immagino che tutti coloro che hanno letto questo romanzo si siano per un attimo innamorati del Principe Andrej, un concentrato di nobili sentimenti e figosità acuta (scusate il neologismo…). Ma credo non ci sia personaggio più complesso e reale del già citato Pierre, che alcuni definiscono alter-ego dello stesso Tolstoj. Egli evolve nel romanzo attraverso tantissime fasi di vita dalla dissolutezza alla rigorisità della Massoneria, fino a trovare il giusto compromesso tra le due. È lui che, nonostante abbia poco a che fare con la guerra, la comprende davvero fino in fondo, dapprima assistendo alla spietatezza seduto “comodamente” su di un cavallo, in seguito vivendola sulla pelle in una Mosca in preda ai saccheggi e come prigioniero nella ritirata francese. È lui il vero emblema della guerra e della pace: due forze contrastanti che, ci ricorda zio Tolstoj, sono sempre dentro noi.

Passando ai personaggi femminili mi spiace constatare che, come al solito, il buon vecchio Lev riesce nel suo intento maschilista (comprensibile per l’epoca per carità) di rendere ogni donna inequivocabilmente stupida. Mi riferisco in particolare a Natasha: un vero ritratto di amenità e civetteria; ma nemmeno la principessa Mar’ja, su cui avevo riposto le mie iniziali speranze, sarà di meno diventando una bieca ombra dell’uomo che ama.

Tolstoj, con un’accuratezza da vero storico, riesce nell’impresa di descrivere un’epoca, di far immedesimare il lettore nelle battaglie, nel comprendere gli errori di Napoleone, nel constatare quanto fosse progredita la cultura russa del periodo e allo stesso tempo di come fosse insicura a spiccare appoggiandosi così a quella francese. Un romanzo capolavoro che non stupisce sia ancora tra i classici più letti e più citati di sempre.

Fattore positivo: le descrizioni delle battaglie e dei personaggi storici (Napoleone in primis).

Fattore negativo: i personaggi femminili così deboli e le lunghe parti in francese che, per chi come me lo mastica poco, rallentano moltissimo la lettura.

Voto: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ The deserters – Rachel Zeffira

Pierre aveva ragione dicendomi che per essere felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo: io adesso ci credo. Lasciamo che i morti seppelliscano i morti, ma fin quando si è vivi, bisogna vivere ed essere felici.

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Anna Karenina di Lev Tolstoj vs Anna Karenina di Joe Wright

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Sono finalmente riuscita a decidermi a iniziare Guerra e Pace, immenso, famosissimo, pare che tutto il mondo l’abbia letto tranne me, per cui credo sia giunto il momento di darci dentro! Ovviamente mi torna subito alla memoria un altro grande classico del mitico Tolstoj che lessi nel 2012: Anna Karenina. Il romanzo mi entusiasmò nonostante mi approcciai ad esso non molto convinta. Questa la mia recensione di allora (se non vi va di sciropparvela tutta saltatela pure, ve l’ho inserita apposta in corsivo!).

Un semplice capolavoro d’altri tempi ma sempre attuale grazie alla precisa descrizione degli stati d’animo e delle emozioni provate dai personaggi che sembrano vivere davvero in queste pagine. Incredibile l’equilibrio che Tolstoj ha dato a tutti loro, privilegiando comunque Anna e Levin, dotati di tantissimi punti in comune (anche se in queste 1200 pagine si incontrano in una sola occasione).
Tutto il romanzo gioca su paralleli e antitesi tra situazioni e personaggi; il più intenso di tutti è certamente il rimando, durante il suicidio di Anna, alla morte dell’uomo in stazione. L’entrata del personaggio e l’uscita di esso pare svolgersi nel modo più opposto possibile: Anna felice, serena, pronta a risolvere la situazione generatasi tra Stiva e Dolly prima e Anna disperata per la propria vita così tormentata e piena di dubbi e angosce che vede nella morte la sola soluzione dopo.
Se Levin trova la forza di andare avanti e si approccia alla sua malinconia in modo assolutamente scientifico e filosofico, Anna è passionale e si lascia travolgere da tutte le emozioni in modo totale e appassionato. Che siano positive o negative le sensazioni di Anna si moltiplicano e avvolgono interamente il personaggio, capace così di passare in poche battute da una rabbia e una gelosia intensa e provocatoria, alla tenerezza e dolcezza. La sua lunaticità – chiamiamola così – può suscitare antipatia nei suoi confronti ma senza dubbio è resa in modo ineccepibile; io stessa sebbene non mi avesse del tutto conquistata il suo personaggio nella prima metà del romanzo, nella seconda metà sono rimasta affascinata da una donna così forte e capace di prendere decisioni dolorose e allo stesso tempo così debole e scostante. Raramente si incontrano personaggi così reali, perfetti in ogni lato e coinvolgenti.

Ma questo non è solo un romanzo di amore e morte ma anche un trattato – e qui si spiegano le mie 4 stelline – di politica, agricoltura, pittura e società. Lunghi paragrafi che spiegano nei più piccoli particolari la concezione della cultura dei contadini, degli interventi in una guerra lontana, della coltivazione e della tenuta delle aziende agricole, della pittura italiana di fine ‘800, e così via, rallentano la lettura – altrimenti piacevole e scorrevole – del romanzo creando vuoti narrativi e pause dalla trama. Personalmente questi intramezzi, insieme alle discussioni di politica tra i personaggi, li ho trovati molto pesanti.

In ogni caso è un grande classico che va rispolverato ogni tanto, magari prima di una nuova trasposizione cinematografica (l’imminente film di Joe Wright sarà la dodicesima!).

Ho trovato il coraggio di guardare il film di Wright solo durante queste vacanze di Natale, insieme a mia mamma e mia sorella, tutte e tre a produrre critiche di alto livello (“Oddio che brutto l’attore che fa Vronskij”, “La Knightley è decisamente troppo magra, insopportabile quando sorride”…). Quando seppi che sarebbe stato girato in forma “teatrale” ero già disperata, ma mi sono bastati i primi 10 minuti per convincermi che quello è il modo giusto di trasportare gli splendidi dialoghi di Tolstoj sul grande schermo. Certo, Jude Law lo avrei visto sicuramente meglio in Vronskij che non imbruttito e invecchiato nella parte di Aleksej, ma non chiediamo troppo!

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Una delle splendide scene di ballo, da notare l’abito nero di Anna (Keira Knightley)

Per farla breve, grande aderenza al romanzo (ricordando che consta di 1200 pagine!), scenografia sublime, attori quasi del tutto azzeccati (pollice in su per l’interprete di Levin davvero bravissimo), colonna sonora perfetta e mai invasiva e soprattutto costumi meravigliosi che hanno fruttato a Jaqueline Durran un oscar. Difficile fare di meglio, bravo Wright!

Voto ad entrambi: ★★★★✰

♫♪ Two steps from hell – Nero

Io penso, disse Anna sfilandosi un guanto, che se ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d’amore quanti cuori.

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I Borgia – Alexandre Dumas

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Se vi aspettate una versione romanzata delle vicende dei Borgia in stile serie televisiva questo romanzo non fa per voi. Si tratta infatti più di un resoconto storico che di un romanzo e credo sia per questo che il giudizio medio dei lettori tende a essere (ingiustamente) piuttosto basso. Se invece volete fare un bel ripasso di storia moderna non c’è niente di meglio che dedicarsi a questa lettura.

Il 1492 fu un anno importante per la storia – e non mi riferisco alla scoperta dell’America, peraltro neanche accennata nel romanzo – muoiono infatti due personaggi importanti per le vicende politiche del periodo: Papa Innocenzo VIII e Lorenzo il Magnifico. [Il mondo era giunto a uno di quei momenti epocali in cui tutto si trasforma, tra un periodo che finisce e un’era che comincia]. È proprio questo il momento che ci viene descritto nelle prime pagine di Dumas. Da qui la strada intrapresa da Rodrigo Borgia pare essere tutta in discesa: dal pontificato (214esimo papa col nome di Alessandro VI) alla conquista della Romagna intera grazie al figlio Cesare passando per intrighi, complotti, matrimoni combinati, incesti, lussuria, complotti, lotte tra casate, omicidi e chi più ne ha più ne metta. Se vi sconvolgete tanto è perché non conoscete bene la storia di quel periodo: del tutto normale era per un ecclesiastico avere figli e per un nobile organizzare orge, feste e spettacoli in stile romano.

Offrendoci un quadro molto preciso degli eventi – e dando molto spazio anche agli altri sovrani delle maggiori potenze europee – Dumas ci descrive, con un linguaggio semplice ma accurato, il periodo in cui la Chiesa toccò davvero il fondo, fautrice di azioni totalmente immorali e dispregevoli che facilitarono l’accensione dei focolai protestanti dapprima con Savonarola e in seguito con Martin Lutero. Dal successo su ogni fronte alla morte dovuta probabilmente ad una erronea somministrazione del veleno (destinato in realtà ad un cardinale suo commensale), le vicende proseguono incentrandosi sulla figura del pontefice ma anche, e soprattutto, su quella del figlio tanto amato: Cesare Borgia detto Valentino. Una figura del tutto priva di valori che ispirò Machiavelli nella stesura del suo Principe.

Un’ottima lettura per gli appassionati di storia o per chi vuole semplicemente saperne qualcosa di più su una delle famiglie più spietate della storia. Tante volte la storia moderna viene sottovalutata, io ne ho un ricordo bello essendo stato il mio primo esame universitario e il mio primo 30 e lode (a cui ne sono seguiti pochi altri!), perché quindi non dedicarsi a una lettura che ci rinfreschi la memoria?

Voto: ★★★★✰

♫♪ Praise the Lord and pass the ammunition – Serj Tankian

«Che Dio li danni tutti! Per quanto abbia tenuto gli occhi ben aperti, non ho potuto scoprire in loro nessuna santità, nessuna devozione, nessuna opera buona. Ho scoperto invece lussuria, avarizia, gola, frode, invidia, orgoglio, e peggio ancora, se è possibile. Mi è sembrato che tutta quella macchina funzioni più per opera del diavolo che per opera divina.»

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