Beautiful Losers – Leonard Cohen

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Che rock e letteratura sia un connubio perfetto lo si sa da decenni, io personalmente ne ho preso atto con i riferimenti letterari dei Metallica (da Coleridge a Lovecraft passando per Dalton Trumbo). Così quando ho scoperto che il cantautore folk Leonard Cohen ha scritto diverse opere prima di iniziare la sua carriera musicale ho deciso di lanciarmi su Beautiful Losers edito Minimum Fax.

La trama scorre parallela tra l’esistenza del protagonista, antropologo ormai anziano che riflette sui ricordi della sua vita passata, della moglie Edith e dell’amico F. le cui vite si intrecciano in un morboso triangolo amoroso e la storia della prima nativa americana ad essere proclamata santa: Kateri Tekakwitha.

Lo stile è febbrile quando narra delle vicende del protagonista, più lineare nel ripercorrere la storia della santa, ma sempre con un fondo psichedelico che lo ricollega automaticamente agli scritti della beat generation, da Ginsberg a Burroughs. Qui troverete un po’ di tutto: riferimenti autobiografici di Cohen, rapporti omo ed eterosessuali, malattie mentali, suicidi ma anche molta storia e ossessione religiosa. Io ho amato moltissimo questo romanzo per la sua trascendenza e perché il protagonista nella sua vecchiaia mi ha ricordato il Prufrock di T. S. Eliot. Leggetelo se amate il rock cadenzato di Cohen e avrete una fonte di citazioni pressoché illimitata.


Voto: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ Dance me to the end of love – Leonard Cohen

Il nostro amore non morirà mai, questo te lo prometto, io, che lancio questa lettera come un aquilone fra i venti del tuo desiderio. Siamo nati insieme e nei nostri baci confessavamo il desiderio di rinascere. Siamo stati abbracciati l’uno all’altro, ciascuno maestro dell’altro. Abbiamo cercato la tonalità particolare di ogni singola notte. Abbiamo provato a eliminare il rumore di fondo, soffrendo per il sospetto che il rumore di fondo facesse parte della tonalità stessa.

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Tra mostri e Interzona: William S. Burroughs

Qualche giorno fa dopo aver visto il film On the road mi è tornata voglia di immergermi nuovamente negli autori della beat generation, in particolare William Burroughs. Nel romanzo Sulla strada è presente con lo pseudonimo Old Bull Lee e viene descritto come una sorta di “maestro” dalle cui labbra pendevano i più giovani Jack Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg.

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Viggo Mortensen nella parte di “Old Bull Lee” nel recentissimo “On the road” di Walter Salles

Lo stile di Burroghs è però molto diverso dalla maggior parte dei suoi “colleghi” beatniks e si colloca in un pianeta a sè stante della letteratura, un misto di fantascienza, pornografia e horror.

Burroughs è stato l’inventore di una tecnica particolare detta Cut-up: una specie di taglia e incolla (come un montaggio discontinuo in un film) che rende il testo frammentato e spezzato qua e là. Ciò, bisogna ammetterlo, rende la lettura più difficoltosa ma ha anche reso famoso Burroughs tanto da farlo entrare tra i membri della Accademia Americana, accolto dagli stessi individui che lo avevano spesso accusato di sadismo e oscenità.

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Burroughs ebbe una vita al limite del trasgressivo: per 15 anni fu un tossicomane (ha sperimentato e studiato un numero veramente impressionante di droghe e stupefacenti vari), spesso anche spacciatore, e non ha mai nascosto la sua omosessualità (nemmeno nei periodi più bui di pregiudizi e omofobia). Per saperne di più sulla sua vita consiglio Junkie (La scimmia sulla schiena) un romanzo autobiografico legato alla dipendenza dalla droga ma con veri e propri studi e consigli su come uscirne.

Il suo capolavoro più conosciuto è però Naked lunch (Pasto nudo), uno dei libri più psichedelici, allucinati e grotteschi che io abbia mai letto e che siano mai stati scritti. Mostri, droghe, violenza, omosessualità, malattie, sono questi i temi trattati in modo tale da sembrare di essere dentro ad un incubo o ad un sogno infernale – la cosiddetta Interzona in cui si dà libero sfogo alle pulsioni peggiori e più nascoste dell’uomo.

Ecco una delle descrizioni – secondo me stupende – di Burroughs contenuta in Pasto nudo:

[…] partiamo per New Orleans, passando davanti a laghi iridescenti e vampe arancioni di petrolio, a paludi e mucchi di spazzatura, alligatori che strisciano in mezzo a bottiglie rotte e a barattoli di latta, arabeschi al neon dei motels, ruffiani sperduti su isole di immondizia gridano oscenità alle auto che passano… New Orleans è un museo morto.