Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy e la trasposizione cinematografica dei fratelli Coen

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Come ci ha insegnato una saggia pubblicità del passato, ci sono autori grandi e grandi autori. Cormac McCarthy appartiene alla seconda categoria quanto le morbide setole dei pennelli cinghiale (ho sempre sognato di citarlo!!!). Questo mese ho letto il suo famosissimo Non è un paese per vecchi e, non contenta, mi sono pure guardata la trasposizione cinematografica dei fratelli Coen (pellicola vincitrice di ben 4 premi Oscar nel 2007). Il romanzo è come al solito geniale: costruito sapientemente sulle spalle di tre grandi personaggi si dipana tra le vie di un western e quelle di un thriller in maniera impeccabile. In una zona desertica texana al confine col Messico troviamo Moss, reduce del Vietnam, che crede di poter cambiare la proprio esistenza con una borsa piena di soldi trovati sulla scena di un regolamento di conti tra trafficanti di droga; Anton Chigurh assassino spietato e decisamente non del tutto sano di mente che si mette sulle tracce di Moss; e lo sceriffo Bell che con tutta la sua esperienza alle spalle cerca di risolvere la situazione nel modo più indolore possibile. Lo stile di McCarthy è quasi commovente e credo sia un esempio per qualunque scrittore emergente: oggettività spinta al massimo, descrizioni precise ma non dilungate, dialoghi ridotti all’essenziale ed estremamente realistici. Tutto è calibrato alla perfezione.

Quando si alzò dal tavolo aveva ormai capito che gli sarebbe toccato ammazzare qualcuno. Solo che non sapeva ancora chi.

E il film? Questo si tratta di un raro caso in cui la sceneggiatura viene azzeccata e resa in modo impeccabile dalla regia. Complice un cast da paura (Josh Brolin, Javier Bardem e Tommy Lee Jones mica pizza e fichi!) e una fotografia riuscita, il film risulta ottimo. Sinceramente vi consiglio entrambi, vale la pena notare la resa dei dialoghi su pellicola e Javier Bardem come cattivo ha sempre il suo perché!


Voto a entrambi: ★★★★✰ e mezza!

♫♪ A Desolation Song – Agalloch

Rimase lì in piedi a guardare in lontananza il deserto. Che silenzio. Il ronzio sommesso del vento tra i fili. Alte piante di ambrosia lungo la strada. Fienarola e nolina. Più in là, fra le pietre degli arroyos, impronte di draghi. Le montagne di pietra grezza nell’ombra del tardo pomeriggio e verso est l’ascissa scintillante delle pianure desertiche, sotto un cielo dove cortine di pioggia si allungavano scure come fuliggine lungo tutto il quadrante. Vive in silenzio il dio che ha purgato questa terra con sale e cenere.

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Hannibal Lecter in tutte le sue forme

In queste settimane mi sono dedicata ad un personaggio piuttosto macabro della narrativa e del cinema americano: il Dottor Hannibal Lecter. Si può dire che dopo quattro romanzi, cinque film e una serie televisiva io praticamente conosca Hannibal di persona. Hannibal Lecter è un assassino seriale antropofago con origini lituane e italiane, unico sopravvissuto della sua famiglia alla Seconda Guerra Mondiale vivrà dapprima a Parigi, dove inizierà a studiare medicina, e successivamente negli Stati Uniti dove si specializzerà in psichiatria e criminologia.


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Partiamo dai romanzi: in ordine di pubblicazione Il delitto della terza luna meglio conosciuto come Red Dragon, Il silenzio degli innocenti, Hannibal e Hannibal Lecter – Le origini del male. Le peculiarità di ogni romanzo sono essenzialmente il punto di vista mobile tra un personaggio principale (nei primi tre quasi sempre un poliziotto, nell’ultimo lo stesso Hannibal) e i personaggi secondari (tra cui l’assassino di turno e le sue vittime), e uno stile semplice fatto da brevi periodi e descrizioni concise e precise. Insomma hanno decisamente le caratteristiche dei gialli ma con un tocco in più, direi quasi più sensibile, che, anche a una come me che non impazzisce per il genere, fanno apprezzare ogni pagina. Ovviamente delle differenze vengono alla luce tenendo presente che ogni libro è stato scritto con diversi anni di differenza tra i precedenti e i successivi, forse quello più particolare è l’ultimo che racconta la vita di Hannibal e, almeno per la prima metà, appare un romanzo più classico sfociando nel thriller solo successivamente. Quest’ultimo romanzo è anche il più enigmatico: ho adorato la prima parte che ci porta dai boschi lituani durante la Seconda Guerra Mondiale ad una splendida Parigi del dopoguerra con piacevoli riferimenti alla cultura giapponese; la seconda parte mi è parsa davvero un po’ affrettata ma capisco non sia facile avere a che fare con il momento in cui Hannibal si trasforma ufficialmente in mostro.

Voto: ★★★★✰  (media tra i quattro)

«Il piccolo Hannibal è morto nel 1945 là fuori nella neve, cercando di salvare la sorella. Il suo cuore è morto con Mischa. Che cos’è ora? Non c’è una parola per dirlo. In mancanza di meglio, possiamo chiamarlo mostro.»


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Le pellicole cinematografiche sono davvero molto note grazie all’interpretazione da premio Oscar vinto da Anthony Hopkins nel ruolo di Hannibal che suscitò ammirazione e fu molto studiato dall’attore che si basò sul comportamento tenuto da veri serial killer. Sono certa che quasi tutti voi avete visto almeno una di queste trasposizioni cinematografiche o almeno le scene memorabili come quella in cui Hannibal afferma di essersi mangiato il fegato di un fastidioso assistente del censimento con fave e un buon Chianti (nel romanzo però è Amarone!). Ebbene devo ammettere che i film mi sono sempre piaciuti ma una volta letti i romanzi alcune differenze sono abissali. Credo che si possa salvare solamente Il silenzio degli innocenti come attinenza. Ogni film è stato girato da un regista diverso e non mi soffermerò sulle varie differenze tra romanzo e libro (potete leggervele su Wikipedia se volete!), io personalmente ho trovato piacevole la visione di tutti anche grazie alla presenza di attori di un certo calibro (Jodie Foster, Edward Norton, Ralph Fiennes, Emily Watson, Julianne Moore e un Gary Oldman davvero irriconoscibile) tranne l’ultimo. Hannibal Lecter le origini del male è davvero pessimo. Già il romanzo lo avevo trovato poco studiato nella seconda parte, il film avendo sputtanato tutta la prima parte scade dopo 5 minuti di visione. Da segnalare una pellicola più vecchia e poco conosciuta: Manhunter. Basato su Red Dragon, lo cito giusto per la presenza di un Grissom di CSI decisamente più giovane e una costante musichetta anni ’80 come sottofondo (a parte gli scherzi, non è così male ma William Petersen nun se po’ vedè!).

Voto: ★★★✰✰ (media tra i cinque)

Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno.


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L’anno scorso è nata anche una serie tv americana incentrata proprio sulla figura del nostro Hannibal e su quella di Will Graham, protagonista del primo romanzo Il delitto della terza luna. Io lo sto seguendo in italiano perciò ho visto solamente la prima stagione ma deo dire che mi ha intrigata moltissimo tanto che le 13 puntate me le sono sciroppate in meno di 24 ore (forse ho stabilito un record personale!). In realtà si prende spunto dalle vicende antecedenti il romanzo che nelle pagine del libro vengono appena accennate, in connubio però a una serie di altri omicidi e assassini inventati ad hoc. Punto di forza oltre ad un’ottima regia anche i due attori principali, in particolare il bravissimo Mads Mikkelsen nel ruolo di Hannibal. Insomma in attesa della seconda stagione non posso che consigliarvi di vederlo!


Alla fine di questo viaggio conoscitivo del Dottor Hannibal Lecter devo ammettere che è uno dei personaggi meglio studiati che si possano creare. Ovviamente la sua figura è stata inventata basandosi su serial killer reali, ma la particolarità del suo essere così educato, l’importanza che dà alla cultura e all’arte italiana, l’intelligenza fuori dal comune non possono non farci provare una punta di simpatia nei suoi confronti. Non stupisce quindi che tanto sia stato scritto, letto, girato e creato intorno alla sua figura immaginaria.

 

“Le nonne” di Doris Lessing vs “Two Mothers” di Anne Fontaine

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Naomi Watts è senza dubbio una delle mie attrici preferite, credo di averla apprezzata davvero dopo aver visto 21 grammi e Il velo dipinto. L’anno scorso ho intravisto in tv il trailer di Two Mothers e mi sono ripromessa di vederlo; tendenzialmente però, se scopro che un film è tratto da un romanzo, cerco sempre di leggere prima di vedere. E così ho fatto anche questa volta.

Doris Lessing nel caso in cui voi non l’abbiate mai sentita nominare, è stata una scrittrice britannica che ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2007; avevo già sentito parlare di lei perché ha scritto diversi racconti e saggi sui gatti (non posso lasciarmeli scappare!). Le nonne è in realtà una raccolta di tre racconti:

  • il primo, Nonne, è quello da cui è stato tratto il film e narra di due amiche che si innamorano ognuna del figlio dell’altra. Il rapporto morboso tra le due coppie viene descritto in modo molto lineare e rilassato in uno stile piuttosto descrittivo e a tratti decisamente freddo;
  • il secondo, Victoria e gli Staveney, narra di una ragazza di colore che, rimasta orfana, viene cresciuta da un’assistente sociale. La vita di Victoria, che crescerà, diventerà madre dopo un’avventura estiva e si sposerà, viene raccontata sottolineando le differenze di ceto che ancora risultano evidenti anche nella Londra moderna;
  • il terzo, Il figlio dell’amore, è in assoluto il mio preferito, protagonista è un soldato inglese che durante la Seconda Guerra Mondiale si innamora e ha un’intensa ma brevissima relazione con una donna sposata di Cape Town. Qui emerge in modo chiarissimo la difficile vita durante la guerra, in particolare sulle navi costantemente sotto gli attacchi degli U-Boot tedeschi.

Sarà che i tre racconti sono piuttosto diversi tra loro per modalità narrativa, personaggi, tempi e luoghi, ma non ho compreso del tutto lo stile della Lessing; la curiosità mi spingeva a continuare la lettura anche se nei primi due racconti ho faticato abbastanza a calarmi nei protagonisti.

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Una delle splendide scene girate in Australia con una Naomi Watts in piena forma

Two Mothers, anche se il titolo originale è Adore, è la perfetta incarnazione cinematografica del racconto tranne forse per il finale. Sia le atmosfere fresche e spensierate dell’inizio, sia quelle angoscianti e pesanti della seconda parte del film sono rese in modo davvero simile al racconto. Ho letto numerose recensioni negative che criticavano i dialoghi ridotti all’osso e i personaggi un po’ inverosimili: questo però rispecchia totalmente il breve romanzo da cui è stato tratto e forse solo chi lo ha letto può comprendere questa strana pellicola. E se la fotografia lascia davvero senza fiato, non capisco perché omettere il finale decisamente negativo che invece caratterizza proprio l’inizio del racconto. In ogni caso ho apprezzato molto le protagoniste: Naomi Watts e Robin Wright ben calate nella parte e devo dire davvero splendide per aver passato la quarantina già da un po’ di anni.


Voto ad entrambi: ★★★✰✰

♫♪ In these shoes? – Kirsty MacColl

Lil disse a Roz che quella felicità le faceva paura. “Com’è possibile che esista qualcosa di così meraviglioso?” sussurrò, temendo che qualcuno la sentisse… ma chi? Non c’era nessuno nelle vicinanze. Quello che intendeva dire, e Roz lo sapeva, era che una felicità così grande sarebbe stata punita. Roz si mise a scherzare ad alta voce, e disse che un amore così non osava dire il suo nome, poi intonò una canzonetta sdolcinata.

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Shining di Stephen King vs Shining di Stanley Kubrick

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Dopo aver letto Guerra e Pace non c’è niente di meglio che cambiare totalmente genere e periodo e, per non rischiare di rimanere straniti dopo cotanta bravura, dedicarsi ad un autore che non delude mai: Stephen King. Sarò monotona e ripetitiva ma con lui non si sbaglia, soprattutto se si va a recuperare un suo “classico”. Shining: ero restia a leggerlo perché “sapevogiàlastoria” dopo aver visto la trasposizione cinematografica di Kubrick due o tre volte. Mi sono convinta spinta dalla curiosità di leggere il seguito appena uscito, Doctor Sleep.

È stata una delle esperienze letterarie psicologicamente più traumatiche di sempre, da sudori freddi insomma. Sì perché a partire dalle prime pagine fino alla fine un’eterna lotta tra realtà e finzione, allucinazioni e sogni, buio e luce si instaura dentro al lettore. King crea un capolavoro – come sempre – nel tratteggiare i personaggi, Jack-Wendy-Danny, ognuno con i suoi segreti e il suo passato da dimenticare.

Quanto mi ha influenzato la pellicola cinematografica? Poche palle, soprattutto all’inizio mi ha influenzata non poco: Jack Torrance è sempre stato per me il sublime Jack Nicholson. Ma piano piano mi sono formata nella testa una mia idea dell’Overlook, di Danny, di Wendy e di qualsiasi immagine descritta.

Perché Stanley Kubrick è stato così criticato dai lettori kinghiani? La pellicola di Kubrick parte al meglio, certo tagliando via quasi tutta la sottile psicologia intorno a Danny, ma ciò è indispensabile d’altronde; credo che il vero problema sia nell’ultima mezz’ora (circa) del film. Un tale cambiamento dal romanzo sconvolgerebbe chiunque e non voglio spoilerarvi nulla ma vi assicuro che cambia da così a così [gesto con la manina]. Il fatto poi che le scene clou del film siano assolutamente assenti nel libro mi lascia comunque perplessa e un po’ delusa a riguardo; così come l’assenza di riferimenti alla storia di omicidi/suicidi legata all’Overlook, fondamento della trama nel romanzo.

Nonostante tutto Kubrick ha creato un capolavoro? Sì, assolutamente. E penso che il merito sia da attribuire alla sua regia innovativa per l’epoca (siamo nel 1980 ragazzi!) che ha lasciato tracce indelebili in tutti i film horror a seguire: ad esempio il campo lunghissimo iniziale dove il Maggiolino è ridotto a un puntino nel mezzo della natura più selvaggia, metafora del protagonista che sarà sopraffatto da forze più grandi di lui, sarà un punto costante in molti incipit di film anche odierni. Non da meno un protagonista principale che è riuscito ad immedesimarsi nel personaggio in modo quasi inquietante, e ultima ma non ultima, una colonna sonora azzeccatissima.

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Il grande Nicholson nei panni di Jack Torrance

Meglio il libro o il film? Mi spiace per il grande Stanley, ma devo dire che questa volta vince il libro! Leggendo, o forse dovrei dire divorando, queste pagine io ERO all’Overlook, io CONOSCEVO davvero Danny e la sua famiglia, io PARTECIPAVO alla lotta al terrore. Un’esperienza che potrei quasi descrivere come extrasensoriale, un capolavoro, l’ennesimo, di King.

Voto al romanzo: ★★★★★

Voto al film: ★★★★✰

♫♪ The Shining (Main Title) – Wendy Carlos & Rachel Elkind

Danny rimase con le spalle addossate alla porta, lo sguardo fisso all’angolo d’intersezione dei corridoi. Il rimbombo irregolare della mazza contro le pareti andò accentuandosi sempre più. La “cosa” che gli dava la caccia gridava e sbraitava e lanciava imprecazioni. Sogno e realtà si erano ormai congiunti senza soluzione di continuità.

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Anna Karenina di Lev Tolstoj vs Anna Karenina di Joe Wright

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Sono finalmente riuscita a decidermi a iniziare Guerra e Pace, immenso, famosissimo, pare che tutto il mondo l’abbia letto tranne me, per cui credo sia giunto il momento di darci dentro! Ovviamente mi torna subito alla memoria un altro grande classico del mitico Tolstoj che lessi nel 2012: Anna Karenina. Il romanzo mi entusiasmò nonostante mi approcciai ad esso non molto convinta. Questa la mia recensione di allora (se non vi va di sciropparvela tutta saltatela pure, ve l’ho inserita apposta in corsivo!).

Un semplice capolavoro d’altri tempi ma sempre attuale grazie alla precisa descrizione degli stati d’animo e delle emozioni provate dai personaggi che sembrano vivere davvero in queste pagine. Incredibile l’equilibrio che Tolstoj ha dato a tutti loro, privilegiando comunque Anna e Levin, dotati di tantissimi punti in comune (anche se in queste 1200 pagine si incontrano in una sola occasione).
Tutto il romanzo gioca su paralleli e antitesi tra situazioni e personaggi; il più intenso di tutti è certamente il rimando, durante il suicidio di Anna, alla morte dell’uomo in stazione. L’entrata del personaggio e l’uscita di esso pare svolgersi nel modo più opposto possibile: Anna felice, serena, pronta a risolvere la situazione generatasi tra Stiva e Dolly prima e Anna disperata per la propria vita così tormentata e piena di dubbi e angosce che vede nella morte la sola soluzione dopo.
Se Levin trova la forza di andare avanti e si approccia alla sua malinconia in modo assolutamente scientifico e filosofico, Anna è passionale e si lascia travolgere da tutte le emozioni in modo totale e appassionato. Che siano positive o negative le sensazioni di Anna si moltiplicano e avvolgono interamente il personaggio, capace così di passare in poche battute da una rabbia e una gelosia intensa e provocatoria, alla tenerezza e dolcezza. La sua lunaticità – chiamiamola così – può suscitare antipatia nei suoi confronti ma senza dubbio è resa in modo ineccepibile; io stessa sebbene non mi avesse del tutto conquistata il suo personaggio nella prima metà del romanzo, nella seconda metà sono rimasta affascinata da una donna così forte e capace di prendere decisioni dolorose e allo stesso tempo così debole e scostante. Raramente si incontrano personaggi così reali, perfetti in ogni lato e coinvolgenti.

Ma questo non è solo un romanzo di amore e morte ma anche un trattato – e qui si spiegano le mie 4 stelline – di politica, agricoltura, pittura e società. Lunghi paragrafi che spiegano nei più piccoli particolari la concezione della cultura dei contadini, degli interventi in una guerra lontana, della coltivazione e della tenuta delle aziende agricole, della pittura italiana di fine ‘800, e così via, rallentano la lettura – altrimenti piacevole e scorrevole – del romanzo creando vuoti narrativi e pause dalla trama. Personalmente questi intramezzi, insieme alle discussioni di politica tra i personaggi, li ho trovati molto pesanti.

In ogni caso è un grande classico che va rispolverato ogni tanto, magari prima di una nuova trasposizione cinematografica (l’imminente film di Joe Wright sarà la dodicesima!).

Ho trovato il coraggio di guardare il film di Wright solo durante queste vacanze di Natale, insieme a mia mamma e mia sorella, tutte e tre a produrre critiche di alto livello (“Oddio che brutto l’attore che fa Vronskij”, “La Knightley è decisamente troppo magra, insopportabile quando sorride”…). Quando seppi che sarebbe stato girato in forma “teatrale” ero già disperata, ma mi sono bastati i primi 10 minuti per convincermi che quello è il modo giusto di trasportare gli splendidi dialoghi di Tolstoj sul grande schermo. Certo, Jude Law lo avrei visto sicuramente meglio in Vronskij che non imbruttito e invecchiato nella parte di Aleksej, ma non chiediamo troppo!

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Una delle splendide scene di ballo, da notare l’abito nero di Anna (Keira Knightley)

Per farla breve, grande aderenza al romanzo (ricordando che consta di 1200 pagine!), scenografia sublime, attori quasi del tutto azzeccati (pollice in su per l’interprete di Levin davvero bravissimo), colonna sonora perfetta e mai invasiva e soprattutto costumi meravigliosi che hanno fruttato a Jaqueline Durran un oscar. Difficile fare di meglio, bravo Wright!

Voto ad entrambi: ★★★★✰

♫♪ Two steps from hell – Nero

Io penso, disse Anna sfilandosi un guanto, che se ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d’amore quanti cuori.

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La Lista di Schindler di Thomas Keneally vs Schindler’s List di Steven Spielberg

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Molti di noi hanno visto Schindler’s list, pochi di noi lo hanno letto. E se il film è una sorta di romanzo drammatico riportato in scena da un’ottima regia e un cast azzeccato, il libro è invece una narrazione nuda e cruda degli avvenimenti, senza fronzoli, fredda e impersonale. Tra le pagine del romanzo lo scrittore si nasconde abilmente ricreando una perfetta narrazione dai tratti giornalistici, fatta di periodi piuttosto brevi e poca immedesimazione. Solo a tratti e in poche pagine fuoriesce la parte un po’ più sentimentale del resoconto storico, così come il film si attiene comunque alla veridicità dei fatti narrati regalandoci un rimando storico al periodo piuttosto preciso.

Certo, leggere certe cose è ancora più reale che vederle trasposte in un film hollywoodiano che ha pur sempre il rischio di farle sembrare così crude solo per far commuovere lo spettatore. E invece è successo tutto realmente, le testimonianze si trovano a bizzeffe e nel romanzo non ci vengono risparmiati particolari molto più crudi del film, come ad esempio il metodo che certe SS utilizzavano per sterminare i pazienti ebrei malati terminali o comunque con gravi patologie: iniettare loro la benzina direttamente in vena causandogli una morte dolorosissima e lunga circa 15 minuti fino all’asfissia.

Una scena dek film col bravissimo Liam Neeson che interpreta Schindler

Una scena del film col bravissimo Liam Neeson che interpreta Schindler

Nel film manca poi la parte del dopoguerra, dai rischi di rappresaglie e di esecuzioni sommarie senza fondamento o giustizia, al rischio opposto di essere ancora trattato malamente per aver aiutato gli ebrei, per finire la propria esistenza nell’alcolismo e nei fallimenti di una vita: Oskar Schindler non ha avuto vita facile, e nel libro tutto ciò viene fuori in mezzo ai suoi pregi e ai suoi difetti, un personaggio così particolare ma anche così umano.

Concludendo, se il film fa commuovere, il romanzo fa indignare in tutta la sua verità.

[Postilla: la scena della bambina col cappotto rosso è presente anche nel romanzo!]

Voto ad entrambi: ★★★★✰

♫♪ Theme for Schindler’s List – John Williams

[…] erano tutti sottoposti allo stesso umiliante esercizio: correre per sopravvivere. La giovane signora Kinstlinger, la velocista che aveva rappresentato la Polonia alle Olimpiadi di Berlino, in quel momento si rendeva conto che quello non era stato niente altro che un gioco. Era questa la vera competizione. Con lo stomaco in subbuglio e il fiato corto, frastornati da quella musica menzognera, si correva per un premio chiamato vita.

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Studio illegale – Federico Baccomo Duchesne

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Seduta al cinema aspettando di vedere chissà che film, vidi il trailer di questo film italiano che sembrava promettere bene. Strana sensazione che poche volte ho provato visto che tendenzialmente tendo ad evitare film italiani, soprattutto poi se di mezzo c’è Fabio Volo. La curiosità è rimasta in ogni caso e scoprii che il film è stato tratto in realtà da un libro scritto da un ex avvocato. Prima leggo il libro, ho pensato, ed ho fatto bene.

Il romanzo, originariamente pubblicato sotto forma di blog personale, si presenta come una leggera storiella ambientata in uno studio legale di Milano dove Andrea Campi si destreggia tra meeting, bozze di contratti e infinite giornate a ribattere con la controparte. La trama di per sè può risultare abbastanza banale, con in sottofondo una storiella d’amore e il classico lieto fine, lo stile però è particolarmente piacevole e divertente tanto che più volte sono scoppiata a ridere nel cuore della notte. L’umorismo e l’ironia che Duchesne utilizza tramite la voce del suo protagonista è particolarmente azzeccata e i personaggi incarnano bene gli stereotipi del mondo legale al giorno d’oggi. Certo, a rifletterci un po’ sorge un’amara consapevolezza nel sapere che la realtà è davvero così, anzi, in molti casi decisamente peggiore; rendere tutto ciò un libro divertente è stata un’ottima trovata.

Passiamo al film. Potrei fermarmi nel dire che è orribile, ma preferisco scendere nei particolari per darvi un’idea. Facendo un breve elenco i veri problemi di questa pellicola sono:

  • la presenza di Fabio Volo (scusate sarà un fatto personale ma non lo reggo)
  • la totale incapacità degli attori
  • il voler modificare gran parte della trama originaria del libro (ma perché mi chiedo io?)
  • l’ironia del libro sfumata in dialoghi tutt’altro che brillanti ma direi appesantiti da una forzata voglia di far ridere che in me genera esattamente l’effetto opposto.

Concludendo vi consiglio il libro se avete voglia di una lettura leggera che vi faccia anche ridere, vi sconsiglio il film perché centra davvero poco e niente con lo stile del romanzo.

Voto: ★★★✰✰

«La vita è un crogiuolo di emozioni, input, suoni colori immagini, vieni di qua, vai di là, e se tu sapessi attraverso quali storie sono passato io ti renderesti conto delle complicazioni del vivere – traiettorie, ripensamenti, svolte – e delle pieghe del destino. Le scelte spesso sono solo un modo per non decidere.»