Canne al vento – Grazia Deledda

canne al vento

Non avevo mai letto un libro della prima scrittrice italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura: Grazia Deledda. Per sopperire a questa terribile mancanza ho deciso di ascoltare l’audiolibro di Canne al vento letto dalla bravissima Michela Murgia.

Non mi dilungo, come ormai sapete, sulla trama, che cerco di riassumere in poche frasi. Protagonista indiscusso del libro è Efix, servo delle tre sorelle Pintor, Ruth, Noemi ed Ester provenienti da una famiglia della campagna sarda di antica nobiltà ormai in declino. Anni prima la loro quarta sorella, Lia, scappa dalle grinfie del padre, Don Zame, si sposa, ha un figlio di nome Giacinto e muore. Proprio nelle circostanze della fuga di Lia anche il padre delle quattro sorelle muore. La vicenda del romanzo inizia quando viene annunciato l’arrivo di Giacinto in casa Pintor in cerca di fortuna. Giacinto rinvigorisce la speranza di Efix di un ritorno in auge della famiglia. Giacinto però si innamora di una contadina, sperpera tutti i suoi soldi, scappa. Efix si troverà davanti ad una nuova delusione da affrontare assieme ai fantasmi del passato, pronti a tormentarlo per il resto dei suoi giorni.

“La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.”

L’ambientazione è quella di una Sardegna splendidamente tratteggiata dal linguaggio ricco e minuzioso della Deledda: una terra arida, povera ma ricca di magia. Il forte legame con le tradizioni, con la religione ma soprattutto con le credenze popolari di stampo medievale mostrano tutta l’arretratezza di un paese irrimediabilmente volto al declino.

“La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa: sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti”.

I personaggi tratteggiati in questo romanzo sono persone semplici, rassegnate a occupare il proprio posto nel mondo. I pochi che cercano di redimersi dovranno fare i conti con la sorte implacabile, il destino già scritto.

“ «[…] Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perchè la sorte ci stronca così, come canne?»
«Sì», egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la nostra sorte è il vento».”

Il romanzo, pubblicato nel 1913 dapprima a puntate sulla rivista L’illustrazione italiana, consacra la Deledda al successo internazionale. Gli influssi del verismo di Verga sono palesi: le difficoltà di un mondo rurale a rapportarsi con la modernità, la voglia di crescere socialmente ed economicamente senza risultato alcuno, l’ascesa della borghesia e il mondo isolano chiuso alla vita “del continente” sono solo alcuni dei tratti riconoscibili. Ma la Deledda riesce ad arricchire il Verismo con l’elemento misterioso, fiabesco e quasi grottesco, ma soprattutto con un vocabolario ricco e articolato che eleva il lettore ad una vera e propria esperienza sensoriale.

«Il rimedio è in noi» sentenziò la vecchia. «Cuore, bisogna avere, null’altro…»

Grazia Deledda attraverso gli occhi di Efix, tratteggia benissimo le tre donne sarde, precluse da qualunque tipo di scelta in una società patriarcale che le rende schiave del loro genere. Un altro tema reso con maestra è quello della morte: senza spoilerarvi nulla, l’ultimo capitolo sarà un vero e proprio viaggio nell’aldilà popolato da spiriti e ricco di rimpianti verso i peccati del passato.

“Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori…”

Com’è possibile che una scrittrice così incredibile non venga minimamente considerata nei nostri programmi scolastici? Si sa che la marginalità delle scrittrici donne nei percorsi scolastici è da sempre riconosciuta. Reduce da 5 anni di liceo e una laurea umanistica mi sono approcciata a Grazia Deledda alla veneranda età di 29 anni e spero che la sua bravura venga rivalutata e fatta oggetto di studio per le future generazioni.

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