Sul perché i racconti non piacciono e “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” di Claudia Durastanti

Avete presente l’entusiasmo che si prova nel momento in cui si finisce un libro stupendo? Ecco mi è capitato alla conclusione di Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra di Claudia Durastanti. In questo splendido libro le storie di sei personaggi si intrecciano nel corso di trent’anni di storia americana toccando temi sociali forti e ascese di nuovi generi musicali e di vita, come il punk. La costruzione fa sì che il lettore compia viaggi temporali saltando da un personaggio all’altro, inizialmente senza rendersi conto del filo che collega tutti i racconti in cui è suddiviso il libro. Lo stile incredibilmente sciolto e verace fanno pensare ad un’autrice americana (preciso comunque che la Durastanti è nata a Brooklyn e vive a Londra) e la malinconia di fondo, gli amori impossibili narrati e l’autenticità di certi personaggi rende tutta la lettura estremamente goduriosa.

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Insomma, per me è assolutamente un romanzo da 5 stelle piene e amore eterno; eppure spulciando tra le pessime ma pur sempre utili recensioni sui vari social mi stupisce vedere una media piuttosto bassa e alcuni commenti davvero molto negativi. La prima cosa che mi irrita profondamente sono quelle persone che appioppano un 2 stelle esordendo con “a me i racconti non piacciono”. Praticamente è come se su Tripadvisor dessi una valutazione pessima ad un ristorante di pesce perché io non lo mangio. Se non mi piace meglio optare per una pizzeria no? [Qui si potrebbe citare Gianni Mura che sconsiglia vivamente l’uso di Tripadvisor, ma questa è un’altra storia.]

Ma veniamo alla seconda più importante questione: perché il grande pubblico tendenzialmente snobba i racconti? Quante volte mi è capitato di leggere o sentire dire da qualcuno che i racconti non fanno per lui? Decisamente troppe. Io, come vi ho sempre detto, credo che sia il modo più estremo per capire quanto un autore ci sappia fare. In poche pagine noi capiamo i sentimenti di un personaggio, ci caliamo nella situazione creata dall’autore, proviamo emozioni e ci appassioniamo, e se l’autore riesce in così poco spazio a darci tanto è sicuramente un ottimo autore. E capisco come molti di noi abbiano bisogno di un romanzone da 900 pagine per affezionarsi e amare i personaggi (io per prima) ma riuscire ad apprezzare i racconti migliora la nostra attività di lettori, nobilita la nostra passione e, soprattutto, ci fa scoprire scrittori meravigliosi. Ne abbiamo parlato anche alla Grande Invasione (festival letterario a Ivrea) con Luca Ricci che analizzando e smontando un racconto di Carver (re indiscusso del genere) affermava che “Il racconto è una cosa fatta per essere riletta, non come il romanzo. Ogni parola è fondamentale, nulla è sprecato.” e che “Più parole si hanno, meno importanza ha la singola parola. Meno parole ci sono e più importanza ha la singola parola.” Facendoci capire come sia minuzioso il lavoro di un autore che scrive racconti ma anche di quanto siano importanti i dialoghi perché anche quando apertamente sembra che non accada nulla in realtà accade moltissimo.

Chiudo con una citazione dal libro della Durastanti (anche se si tratta di un romanzo mascherato da racconti):

Eccola qui, una ragazza incapace di nuotare, con i piedi a mollo in una vasca piena di frasi di Nabokov liquefatte, con una gonna di lino bianca tirata fin sopra le cosce e la testa reclinata all’indietro a farsi benedire dal sole. Temo che, anche vista da fuori, chiunque si accorgerebbe che ce la sto mettendo tutta per calarmi nella parte.

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Un’opera di bene – Gianfranco Martana

Un'opera di bene

Ed eccomi qui, giunta alla fine del terzo inedito firmato Ellera Edizioni: Un’opera di bene di Gianfranco Martana. Ancora una volta non ne rimango delusa e annovero ormai questa casa editrice tra le mie di fiducia visto che dimostra sempre di avere tutti gli attributi necessari per la ricerca (calma e ponderata) di nuovi autori. Vi avevo già parlato dei due precedenti romanzi: La scomparsa di Massimiliano Arlt (dalle atmosfere inquietanti e pulp) e lo splendido La mia musica nel silenzio (un romanzo che mi ha portato via un pezzetto di cuore). Con quest’ultima uscita si può dire che andiamo a completare una triade di talenti di tutto rispetto.


Tra gli scorci di una Salerno povera e un po’ trasandata scorre la vicenda di Diego Venturini, un burbero scrittore avanti con l’età che ha trovato il successo pubblicando racconti e romanzi gialli legati alla sua terra; suo nipote Alfredo, orfano di padre che vive ancora in casa di sua madre; e Teresa, la più enigmatica dei tre personaggi, una donna che spunta nelle vite dei primi due con una richiesta particolare. Teresa ha infatti affrontato una terribile esperienza, la perdita del figlio, e vuole che Diego scriva un racconto su di lui, sul piccolo Lorenzo.

La vicenda scorre piacevolmente accompagnata dall’autore che tiene ben salde le redini della trama senza perdersi in futili e lunghe descrizioni o vicende di contorno. Tutto è ridotto all’osso e ci fa restare sull’attenti fin dalla prima riga del primo capitolo. Sì, perché da subito capiamo come qualcosa non vada nel comportamento di Teresa e come oscuri segreti si celino nella figura di Diego, anche lui privato del figlio, suicida. L’atmosfera è particolare, assume tutti i toni del noir man mano che proseguiamo nella lettura e risulta essere una specie di decalogo delle sfumature dei sentimenti e della reazioni umane di fronte al dolore, sia esso reale sia esso artificiale e frutto della nostra mente.

Tre personaggi e tre caratteri opposti si alternano nel proseguire della storia ricalcando tre diverse ricerche di vita che portano irrimediabilmente ad alcune drammatiche scelte che cambieranno per sempre le proprie esistenze. Un’opera di bene è un romanzo complesso dal punto di vista delle emozioni ma estremamente lineare nello stile, credo sia un’ottima lettura da intraprendere con la mente riposata e fresca, magari in vacanza, tenendo presente che nella vita tutto può succedere.


Voto: ★★★★✰

♫♪ Vivere di conseguenza – Verdena

Dall’altro lato della porta, le scale cominciavano ad animarsi di gente che saliva e scendeva pensando ai fatti propri. Erano tutti vivi, e nessuno di loro poteva dirsi innocente.