Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

Maggio fatti coraggio. Totale apatia in questo mese di maggio in cui ancora non ho capito come vestirmi, sto tentando di prendere il sole e faccio finta che prima o poi le cose riusciranno a migliorare. Comunque, dopo questa parentesi di inutilità deprimente, voglio parlarvi di un grande romanzo del ‘900 entrato ormai tra i più grandi classici del passato. Brevemente perché la pigrizia avanza e non riesco a scrivere qualcosa di decente da giorni.

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Gabriel Garcìa Màrquez, un grande scrittore del ‘900 insignito del Premio Nobel nel 1982, ci ha lasciati circa un mese fa. Di lui ho adorato L’amore ai tempi del colera ma mi sono resa conto che il suo più famoso lavoro, considerato la seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, ancora non lo avevo letto. Lo iniziai durante le medie ma giacque abbandonato finché non dovetti restituirlo in biblioteca e da lì me ne dimenticai.

Cent’anni di solitudine è la storia di una famiglia, i Buendìa, fondatrice del paesino di Macondo; sette generazioni si susseguono attraverso personaggi totalmente fuori dal comune, storie d’amore impossibili, sogni politici utopistici ma non troppo, colpi di stato e morti tragiche.

Come già il titolo ci suggerisce, la tematica è a sfondo tendelzialmente pessimista; spesso i personaggi si rinchiudono in se stessi ma anche fisicamente in una stanza o in una villa abbandonata. La solitudine è una sensazione con cui l’uomo deve necessariamente fare i conti, anche in una famiglia così numerosa come quella dei Buendìa. L’uomo vuole progredire e migliorarsi ma spesso si rende conto di non riuscire nell’intento o di riuscirci solo in parte cadendo in una situazione di depressione e crisi dei valori.

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

Cataclismi naturali come una pioggia che durerà anni e eventi drammatici fanno da sfondo soprattutto alla seconda parte del romanzo, come a sottolineare che non sempre il progresso porta ad una migliore condizione di vita per l’uomo, non a caso i disastri succedono in seguito alla costruzione della ferrovia attraverso la foresta colombiana.

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Grande spazio viene dato ai personaggi femminili, che siano fragili o forti come la capostipite, muoiano giovanissime o vivano più di cent’anni, ebbene la donna ha un ruolo guida in molti casi. La forza di andare avanti, di appoggiare o contrastare le idee dei mariti, ma anche di lottare per un amore impossibile o di opporsi a qualsiasi tipo di amore, sono il punto di forza di questo romanzo che non è comunque povero di critiche indirette a gelosie e comportamenti che appaiono insensati. L’amore gioca un ruolo fondamentale in tutti i romanzi di Marquez, forse l’unica nota di gioia ma anche di disperazione che può davvero redimere l’uomo.

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

Anche il tema politico è forte: aver voglia di ribellarsi e portare avanti le proprie idee, di sovvertire l’ordine del sistema, di cambiare le cose è un messaggio importante, ma anche illusorio: la guerra spesso porta a cambiamenti diversi da quelli previsti ed è comunque un’azione che intacca la società:

Non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla.

Il potere è importante, riuscire a conquistarlo innalza l’uomo, ma cosa succede se le idee che si avevano non riescono a prendere piede? Subentra la delusione,

L’ebbrezza del potere cominciò a decomporsi in raffiche di disagio.

Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria.

Tematica importante è il passare inesorabile del tempo che assume una concezione ciclica e ripetitiva, una sensazione di tornare sempre a punto di partenza, di dover ricominciare da capo. Il tempo che passa si abbatte come il vento sulle fondamenta della casa, sulle innumerevoli stanze, sui ricordi dei personaggi, sui primi amori che a volte tornano a galla e sui morti che a volte ritornano a farci visita. Nulla può fermare la classidra che avanza, ogni singolo granellino di sabbia che cade reca una conseguenza nel piccolo ecosistema della villa dei Buendìa finché anche la villa finirà per essere abbandonata al suo destino.

«Cosa ti aspettavi?» sospirò Ursula. «Il tempo passa.» «Così è,» ammise Aureliano, «ma non tanto.»

Fortuna e sventura si alternano in un susseguirsi di eventi che in certi casi quasi sopraffaggono il lettore. Ovviamente lo stile di Màrquez è unico, inimitabile e rende questo romanzo un capolavoro della letteratura. Io personalmente ho impiegato molto a leggerlo e sono stata abbastanza in difficoltà nell’associazione nome/personaggio (i nomi sono davvero sempre gli stessi!); vi consiglio perciò di stamparvi l’albero genealogico che trovate su wikipedia. Detto questo, una breve chiacchierata considerando ciò che si potrebbe dire su questo capolavoro, preparatevi a una lettura complicata ma allo stesso semplice veloce dove i personaggi si susseguono a ritmi serrati e saltare una pagina potrebbe compromettere l’intera struttura della trama.

Voto: ★★★★✰ e mezzo

♫♪ Macondo Express – Modena City Ramblers


 Lei pensava che l’amore fatto in un modo sconfiggeva l’amore fatto in un altro modo, perché era tipico della natura degli uomini ripudiare la fame una volta soddisfatto l’appetito.

Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci.

classictime

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