Un karma pesante – Daria Bignardi

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Avevo apprezzato moltissimo l’ultimo romanzo uscito della Bignardi, L’ acustica perfetta, così, spinta dalla curiosità, mi sono letta Un karma pesante che mi attraeva anche per la bella copertina (come al solito!). La protagonista questa volta è una donna, Eugenia, che si racconta in una sorta di monologo interiore.

La scrittura della Bignardi è leggera e scorrevole eppure, per quanto si legga bene, questo romanzo non mi ha lasciato molto. Sicuramente in gran parte è colpa del finale: odio i libri che non finiscono in nessun modo, inevitabilmente mi sembrano inutili (SPOILER!!!! e poi l’incidente è veramente banale! Almeno fosse morta! XD FINE SPOILER!!!). Un’altra cosa che ho trovato inadatta in questo libro sono i salti temporali: molto di moda ultimamente, per funzionare davvero dovrebbero essere ben proporzionati e suscitare la curiosità del lettore. Magari anche caotici inizialmente ma in modo comunque originale. Non è questo il caso. Fin dall’inizio sappiamo che la protagonista è sposata, ha dei bambini, ha avuto successo come regista, ecc. Ci viene continuamente anticipato che ha avuto un’adolescenza ribelle e nasce la curiosità nel lettore invece purtroppo viene raccontata a sprazzi e a dir la verità risulta abbastanza insulsa. Insomma, zero colpi di scena!

Il carattere di Eugenia invece mi ha attratta, forse perché tanto simile al mio, un po’ pessimista, un po’ litigiosa, lavoratrice e allo stesso tempo distruttrice. Incredibilmente reale e ben reso poi il rapporto col marito. Una piccola curiosità che mi tocca da vicino: ne L’ acustica perfetta la protagonista aveva il mio stesso cognome, in Un karma pesante ad un certo punto compare un personaggio secondario, un cuoco di 22 anni che si chiama Elia, e io ho un fidanzato che fa il cuoco, si chiama Elia e ha 23 anni compiuti da pochissimo! Mi sa che sta Daria Bignardi mi spia! 😉

Voto: ★★★✰✰

♫♪ Karma police – Radiohead

Nessuno sopporta il tuo dolore, la tua tristezza, nemmeno chi ti ama di più. Soprattutto chi ti ama di più. E’ più facile che a darti una mano sia il primo che passa, che quelli che ti vogliono bene.

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Trilogia della città di K. – Agota Kristòf

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In una mia precedente recensione mi meravigliavo del fatto che così pochi romanzi fossero ambientati in Ungheria, uno Stato di cui sappiamo molto poco e che a scuola si studia giusto per impararne la capitale (forse nemmeno quello ormai). Ebbene se anche voi volete saperne di più su uno dei capitoli della storia europea più violenti e forti dello scorso secolo, leggete questo libro.

Come tre sono i racconti che compongono questo romanzo, tre sono essenzialmente le fasi temporali: la seconda guerra mondiale (con lo scontro tra nazisti e sovietici), la perdita della guerra e l’invasione dell’Armata rossa, il periodo comunista. Non ci viene risparmiato niente: la totale dissoluzione dei personaggi, la violenza nuda e cruda, il dramma psichico e lo sdoppiamento dell’identità.

E’ un romanzo che ti sbatte in faccia la storia, difficile da digerire, utilissimo da leggere. Il fatto che l’autrice abbia vissuto sulla sua pelle gli eventi di cui parla (scappò in Svizzera nel 1956 per evitare la repressione sovietica) è essenziale e rende questo romanzo un piccolo capolavoro della narrativa.

Cosa non mi ha convinta del tutto: gli stacchi profondi tra un racconto e un altro (scopro solo ora che sono stati scritti in tempi diversi) e l’incredibile violenza del primo racconto (di solito non mi impressiono facilmente, giuro!).

Voto: ★★★★✰

– L’età non conta. Sono il suo amante. E’ tutto quello che voleva sapere?
– No, non è tutto. Questo lo sapevo già. Ma lei l’ama?
Lucas apre la porta:
– Non conosco il significato di questa parola. Nessuno lo conosce. Non mi aspettavo questo tipo di domanda da parte sua, Peter.
– Eppure, questo tipo di domanda le verrà fatto spesso nel corso della sua vita. E talvolta sarà costretto a rispondere.
– E lei, Peter? Anche lei un giorno sarà costretto a rispondere a certe domande. Ho assistito qualche volta alle vostre riunioni politiche. Lei fa dei discorsi, la sala applaude. Crede sinceramente in quello che dice?
– Sono obbligato a crederci.
– Ma nel suo intimo, che ne pensa?
– Non penso. Non posso permettermi questo lusso. La paura è in me sin dall’infanzia.

Il tempo è un bastardo – Jennifer Egan

TEMPO-E-UN-BASTARDO

Avete presente quella sensazione di abbandono nel momento in cui finisci un libro che ti è piaciuto particolarmente? Ecco, io la sto provando in questo momento, con la differenza che questo romanzo non mi ha colpita, mi ha risucchiata e travolta. Mi sono apprestata a leggerlo non particolarmente convinta (mi sto rendendo conto che capita spesso ultimamente!) a causa della orribile traduzione del titolo: in originale era infatti A Visit From the Goon Squad. Dopo poche pagine è praticamente diventata una dipendenza! Capisco perché abbia vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011, se lo merita certamente (anche solo per lo splendido capitolo fatto a slides)!

Il romanzo è formato da molti capitoli, ognuno dei quali corrisponde a un racconto e ha per protagonista/narratore un personaggio diverso ma che in qualche modo è sempre e comunque collegato al precedente e al successivo in una splendida e intrica cornice.

Fin da subito veniamo catapultati in un universo di amore e odio, case discografiche e gruppi punk, pause, arpe, droga e oro, genitori sbagliati e figli fuori luogo, dolore e morte, vita e felicità a sprazzi, malattia, senso di oppressione, fughe e ritorni, viaggi, discoteche, università, New York, Napoli, l’Africa…Presente e passato si accavallano fondendosi l’uno dentro l’altro; i fili del destino si intrecciano in nodi indissolubili o si avvicinano senza mai toccarsi ma sempre legando – o slegando – tra loro tutte le esistenze di questi personaggi in modo reale e del tutto naturale.

Questo romanzo è un puzzle, un labirinto di uomini, donne e bambini e io li ho amati dal primo all’ultimo.

Voto: ★★★★✰   (quattro e mezza!)

♫♪ Da ascoltare con: Ics dei Prozac +

Alex chiuse gli occhi e ascoltò: la saracinesca di un negozio che scendeva. Il rauco abbaiare di un cane. Il fragore dei camion sui ponti. La notte vellutata nelle sue orecchie. E la pulsazione, sempre quella pulsazione, che forse in fin dei conti non era un’eco, ma il suono del tempo che passava. la ntte blu le stlle k nn vedi ql suono k nn va mai via.

La piramide del caffè – Nicola Lecca

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Sono rimasta vittima dei moustache della copertina di questo breve romanzo e così ho iniziato a leggerlo senza sapere assolutamente di cosa parlasse. Mi sento un po’ combattuta nel parlarne in quanto da una parte mi ha colpita piacevolmente soprattutto per l’originalità della trama, dall’altra sono rimasta un po’ scettica per lo stile e per il finale un po’ troppo “smieloso” per i miei gusti!

In brevissime parole (avrete già capito che non sono una di quelle che per metà post fanno il riassunto della trama, sarà che mi ricorda molto i compiti che mi davano i professori alle medie) il protagonista principale del romanzo è un ragazzo orfano ungherese (e finalmente si parla un po’ di questa Ungheria che non si caga mai nessuno!) che, trasferitosi a Londra, intraprende una carriera all’interno di una catena di caffetterie (in pieno stile Starbucks).

Pro:

  • fa aprire gli occhi su queste caffetterie, tanto di moda negli ultimi tempi, che dovrebbero far inorridire almeno noi italiani, artisti del caffè;
  • le descrizioni di una Londra vista dagli occhi sberluccicosi di chi ci va per la prima volta;
  • il personaggio di Margaret Marshall, vincitrice del premio Nobel per la Letteratura in pieno blocco dello scrittore e amante della solitudine.

Contro:

  • come già anticipato, il finale davvero poco credibile e direi quasi fiabesco;
  • l’uso del termine “panettoncini” [GIURO!!] per indicare i muffin o cupcakes;
  • la presenza di personaggi appena appena accennati (neanche una pagina a volte) e lasciati un po’ a metà come a voler mettere troppa carne al fuoco.

In ogni caso è una lettura piacevole e simpatica che riempie bene i tempi morti sul pullman la mattina!

Voto: ★★★✰✰

“La solitudine è temuta dai deboli: perché svela le paure, e mette in luce limiti e difetti della personalità” aveva scritto nel suo primo libro. E ancora: “La compagnia è distrazione. La solitudine mai”.

23 libri per i miei 23 anni

2013-08-15 14.57.20

In occasione del mio ventitreesimo compleanno ho deciso di selezionare i 23 romanzi che ho amato di più e che in qualche modo mi hanno arricchita o che mi hanno anche solo accompagnata in questi anni di crescita. Non seguono un vero e proprio ordine e non si tratta di una classifica ma semplicemente di un elenco di libri tra i più eterogeni tra loro ma che, statene certi, vale la pena di leggere!

  • Il Signore degli anelli – J. R. R. Tolkien
  • Il grande Gatsby – Francis Scott Fitzgerald
  • La morte felice – Albert Camus
  • Addio alle armi – Ernest Hemingway
  • Le nebbie di Avalon – Marion Zimmer Bradley
  • IT – Stephen King
  • La boutique del mistero – Dino Buzzati
  • La chimera – Sebastiano Vassalli
  • E Johnny prese il fucile – Dalton Trumbo
  • Sulla strada – Jack Kerouac
  • Jukebox all’idrogeno – Allen Ginsberg
  • Neve – Maxence Fermine
  • Le vergini suicide – Jeffrey Eugenides
  • The help – Kathryn Stockett
  • Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen
  • La notte – Elle Wiesel
  • Uomini e topi – John Steinbeck
  • Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti
  • La campana di vetro – Sylvia Plath
  • Anna Karenina – Lev Tolstoij
  • Ogni cosa è illuminata – Jonathan Safran Foer
  • Memorie di una geisha – Arthur Golden
  • Il Gattopardo – Giuseppe Tomasi di Lampedusa

La peste – Albert Camus

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Cosa succederebbe se in una qualsiasi cittadina del Mediterraneo improvvisamente scoppiasse un’epidemia di peste? Camus ci offre uno spaccato dell’umanità posta sotto assedio da un grande flagello: da una parte chi ha la forza di lottare e la solidarietà di coloro che rischiano la propria vita per aiutare gli altri, dall’altra la debolezza e l’egoismo di chi prova a scappare in preda al panico.

Si tratta in sostanza di una vera e propria allegoria della Seconda Guerra Mondiale: non a caso il romanzo è ambientato negli anni Quaranta a Orano, una città algerina ancora sotto al dominio francese, che potrebbe essere vista come la Parigi invasa dai nazisti. La città bloccata e controllata, il mercato nero e la scarsità dei generi di prima necessità, i morti, la paura. E alla fine, in seguito alla fine dell’incubo, l’ammonimento dell’autore/protagonista: il rischio del riaccendersi di un focolaio (di malattia o di guerra) è sempre forte, mai gioire del tutto per la vittoria.

Camus è pur sempre geniale, ogni suo libro può essere interpretato in chiave diversa e le sue descrizioni sono semplicemente incredibili. Tuttavia, ho trovato un po’ difficoltosa la lettura de La peste, soprattutto in confronto ad altri lavori dello stesso autore. A tratti prolisso, a tratti molto angosciante, forse ho sbagliato momento per leggerlo…perciò visto il numero di splendide citazioni trovate, opto lo stesso per tre stelle e mezza!

Voto: ★★★✰✰ e mezza!

Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi.

Per tutti i nostri concittadini il cielo estivo, le strade che scolorivano sotto le tinte della polvere e della noia avevano il medesimo significato minaccioso del centinaio di morti di cui ogni giorno si appesantiva la città. Il sole incessante, le ore dedicate al sonno delle vacanze non invitavano più come prima alle feste dell’acqua e della carne; suonavano vuote, invece, nella città chiusa e silenziosa; avevano perduto il metallico splendore delle stagioni felici. Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.

Aveva soltanto guadagnato di aver conosciuto la peste e di ricordarsene, di aver conosciuto l’amicizia e di ricordarsene, di conoscere l’affetto e di doversene ricordare un giorno. Quanto l’uomo poteva guadagnare, al gioco della peste e della vita, era la conoscenza e la memoria.

Rieux sapeva cosa pensava in quel minuto il vecchio uomo piangente, e la pensava come lui, che un mondo senz’amore era come un mondo morto e che viene sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro e del coraggio, per domandare il viso d’una creatura e il cuore meravigliato dall’effetto.

Quando si fa la guerra, appena appena si sa che cosa sia un morto. E siccome un uomo morto non ha peso che quando lo si è veduto, cento milioni di cadaveri sparsi traverso la storia non sono che una nebbia nella fantasia.

«Lei crede in Dio, dottore?» Anche questa domanda era posta con naturalezza, ma stavolta Rieux esitò. «No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa».