Lasciar andare – Philip Roth

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Lasciar andare è il primo romanzo di Philip Roth, ristampato da poco da Einaudi con nuova traduzione, ma pubblicato nel 1962.

Il protagonista, Gabriel Wallach, è un ebreo di famiglia newyorkese benestante, uno studente ad Iowa City prima, un letterato a Chicago dopo, dove diventa insegnante più per noia che per necessità. Ma Gabe è anche il primo di una lunga serie di alter-ego dell’autore: un romantico, un disilluso, un uomo che cerca di rendere reali i romanzi di Henry James nella vita quotidiana. Gabe cercherà di essere responsabile e di aiutare gli altri, ma finirà per soccombere nel suo egocentrismo e narcisismo.

Lasciar andare è un romanzo incentrato sulle relazioni, quella platonica tra Gabe e Libby, quella illecita con Martha, una donna divorziata e, infine, il matrimonio tra la passionale e cattolica Libby e Paul, un ebreo schivo e antipatico. Sono relazioni grigie e permeate di tristezza, come il cielo su Chicago negli anni ’50; relazioni claustrofobiche e nebulose, che al lettore non sembrano dare spazio ad alcun tipo di risoluzione.

Ma la vera forza dell’intero libro sono i dialoghi: Roth ha una capacità innata di renderli reali e complessi, è proprio dalle conversazioni che traspare tutto e capiamo le vere intenzioni dei personaggi: la sincerità e la falsità, l’ironia e la nostalgia… i sentimenti vengono tratteggiati con uno stile feroce e mai banale. Infine, le lettere: il romanzo si apre e si chiude con due epistole, entrambe pregne di emozioni, in cui viene chiesto a Gabe di capire (le persone, le situazioni, la vita)… ma no, Gabe non capirà.


Voto: ★★★★✰

♫♪ Time after time – John Coltrane

Quello che stai dicendo… non so neanche se l’ho capito… ma stai dicendo che io e te saremo inevitabilmente infelici perché è nella natura delle cose. Bene, sarà anche nella natura delle cose, ma non è nella mia natura! Io ho una voglia pazzesca di essere felice, e non potrò più aspettare molto.

Grandi pensieri arditi

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Oppure diciamo che tutti quanti sentiamo il bisogno, di tanto in tanto, di lanciarci alla cieca in qualcosa per evitare di diventare una copia conforme alle aspettative del nostro ambiente, forse anche per trovare il coraggio di ricordare qualcuno di quei grandi pensieri arditi che spingono un bambino ad alzarsi in piena notte a scrivere con il batticuore una promessa segreta che riguarda la propria vita.

L’arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg

L’arte e il mestiere di vivere

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Chi ha perso tutto si ritrova senza più niente da perdere. Così non ha più paura. Chi ha perso tutto si adatta a sopportare la disperazione. Così non ha più speranza. Ed è libero. Un uomo libero. Un uomo rinato. Io ho imparato il valore segreto delle cose, perché ho dovuto riguadagnarle tutte, a una a una. Ho imparato quanto valgono anche quando ci sembrano piccole, quando le diamo per scontate. Cose come respirare, nutrirsi, dormire. Cose come aprire gli occhi la mattina. Io ho imparato a vivere, di nuovo. So che cosa significa. So come si fa. Ho imparato l’arte e il mestiere di vivere.

La vita in generale, Tito Faraci